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AI nel marketing: il vero divario non è tecnologico, è organizzativo
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AI nel marketing: il vero divario non è tecnologico, è organizzativo

25/06/2026 34 lettori
3 minuti

Nel marketing l'intelligenza artificiale non produce risultati per il solo fatto di essere adottata. A fare la differenza è il modo in cui le organizzazioni la integrano nei processi. È la conclusione di Marketing's Power Partners: AI and the Human Essence, il report firmato CMO Council e WongDoody su 371 marketing leader globali, che fotografa un mercato spaccato in due e misura la distanza tra le due metà.

Da un lato ci sono i Power Partners: aziende che uniscono la potenza di calcolo dell'AI all'intelligenza emotiva, alla consapevolezza culturale e all'empatia dei propri marketer, e che per riuscirci hanno riprogettato i flussi di lavoro. Dall'altro gli Emerging Partners, che usano l'AI come uno strato di produttività superficiale — digital duct tape, nastro adesivo digitale — appiccicato a processi rimasti identici a prima, magari testando un copilot senza toccare l'organizzazione che ci sta sotto.

Il divario di performance è netto e attraversa tutte le metriche. Sul ROI, il 73% dei Power Partners dichiara risultati in linea o superiori alle attese, contro il 22% degli Emerging Partners. Ma il dato più rivelatore è quello sull'integrazione: solo il 38% del primo gruppo ha flussi AI-uomo realmente integrati, e già questo basta a staccare il secondo gruppo, fermo all'11%. Da lì discende tutto il resto — personalizzazione (60% contro 10%), creatività (66% contro 20%), velocità ed efficienza (67% contro 18%), adattabilità al mercato (56% contro 7%) e perfino la connessione emotiva con i clienti (circa 70% contro 40%).

(leggi anche: "Calcoli il ROI delle emozioni? È il momento di farlo nell'era dell'AI")

Dove lavora l'AI, dove resta l'uomo

L'adozione è concentrata sulle attività ad alto volume: creazione di contenuti (84%), performance marketing (58%), A/B testing (53%). Le aree in cui i marketer considerano l'apporto umano insostituibile sono invece quelle del giudizio e della relazione: la costruzione del legame con il cliente e la campagna (74%), e la fondazione strategica — interpretazione dei dati, posizionamento di brand, contesto di mercato (65%). Non a caso, tra i Power Partners il modello di lavoro prevalente è human-led con supporto AI (54%), mentre il 58% degli Emerging Partners ammette di non avere alcun processo stabilito: l'AI entra in azienda in modo caotico.

Il report avverte anche del rovescio: l'AI accelera i flussi, ma accelera anche quelli sbagliati. Applicata a processi fragili o inefficienti, non li corregge — li porta a sbattere più in fretta.

 

Perché l'Europa parte indietro

Le barriere cambiano per geografia, e qui c'è un dato che riguarda da vicino chi lavora dall'Italia. Negli Stati Uniti l'ostacolo principale è la risonanza emotiva: l'automazione corre più veloce del significato. In APAC pesa la resistenza culturale al cambiamento. In Europa il freno è strutturale e si chiama AI-Ready Data: dati frammentati, spesso obsoleti, dentro un quadro di governance più stringente. Tradotto: prima ancora del modello creativo, il problema europeo è mettere ordine nei dati e portare all'AI l'informazione corretta col significato corretto — quello che il report chiama context engineering. Sul fronte business, il ritardo è soprattutto B2B: solo il 28% delle aziende B2B vede un ROI chiaro, e l'80% ammette di non essere pronto a ridisegnare i processi, contro i quasi due terzi del B2C che un ritorno lo misurano già.

La frontiera: parlare alle macchine

Guardando ai prossimi tre anni, il report individua una competenza umana sopra tutte: il performance measurement (64%), cioè saper scegliere quali metriche contano davvero ed evitare che l'AI ottimizzi un dettaglio locale disallineando la strategia di brand. E individua un cambio di paradigma: i clienti, soprattutto in ambito B2B, usano sempre più assistenti AI e query conversazionali per selezionare i fornitori. I marketer non parleranno più solo a persone, ma dovranno ottimizzare per farsi trovare e scegliere dagli algoritmi dei consumatori — Generative Engine Optimization, marketing rivolto alle macchine. Emerge persino l'ipotesi di una nuova figura ibrida, il Marketing Engineer, che fonde design dei processi, strategia e competenza tecnologica.

Resta, sotto tutto, una distinzione semplice che il report consegna come sintesi finale: se il valore di un team di marketing è definito dai task operativi, l'AI lo sostituirà; se è definito dal giudizio strategico, l'AI lo amplificherà. O, nelle parole di Stephen Shultz di First American, l'AI può dire cosa è tipico, la creatività umana cosa è possibile — e la distanza tra le due è ciò che separa il buon marketing dal resto.

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