La stretta di mano.

07/06/2017 17846 lettori
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Lunedì ventidue maggio’17, un giornalista del Post ha incontrato l'ambasciatore francese ad un pranzo all'ambasciata belga. Naturalmente si è parlato di Trump e del primo incontro che avrebbe avuto con il presidente francese al summit Nato di giovedì a Bruxelles. "L'ha avvertito della stretta di mano di Trump?", ha chiesto uno dei presenti ad Araud, che l'ha guardato con sorpresa. E' seguita una breve descrizione della stretta di mano da 'maschio alfa' di Trump che ha messo in difficoltà più di un interlocutore. Araud ha risposto che avrebbe avvertito Macron. E infatti il presidente francese è apparso ben preparato.

 

La stretta di mano è un gesto con valenze perlopiù di saluto ma che può essere utilizzato anche per indicare ringraziamento, accordo, congratulazioni. Si effettua tra due persone che si porgono e afferrano reciprocamente la mano (di norma la destra), effettuando spesso con le mani così unite un movimento più o meno marcato in su e in giù. È un gesto molto antico e comune a numerose culture, a volte con varianti (per esempio in Nordafrica viene accompagnato dal gesto di portare la mano libera al petto da parte dei due che si stringono la mano). L'usanza risale all'antichità ed in Europa il suo uso è nato tra i Signori di famiglie differenti, stringendosi l'avambraccio per confermare che non si avessero armi bianche nascoste nella manica, nel corso dei secoli il saluto si è modificato in quello che conosciamo oggi.
 
In ambito sanitario, dove gli incontri del paziente comunemente iniziano e finiscono con una stretta di mano, la stretta di mano ha dimostrato di avere la capacità di migliorare la percezione di empatia del medico e la compassione. Strette di mano tra operatori sanitari e dei loro pazienti hanno un valore utile per confortare e calmare. Il saluto ha un ruolo sociale e culturale profondo e pervasivo, ogni tentativo di limitare la stretta di mano nelle strutture sanitarie dovrebbe considerare pratiche alternative, insieme a vasti programmi educativi e un’adeguata segnaletica. Basterebbe adottare uno dei gesti alternativi già diffusi in tutto il mondo.
 
«Per un vero scrittore ogni libro dovrebbe essere un nuovo inizio nel quale cercare ancora una volta qualcosa che è impossibile raggiungere. Egli dovrebbe sempre cercare cose che non sono mai state fatte». Ed è vero che ho divagato, ma ho visto che è capitato ancora, lasciate che mi riconduca al proposito di rileggere un brano che trovo interessane e in un certo qual modo pertinente. L’onda delle parole. (…) Le parole escono veloci, sembrano imprimersi da soli sulla carta, e in poche settimane  Il vecchio e il mare è finito. È un «vero modello di racconto puro» ( come lo definisce Eugenio Montale sulle pagine  del “Corriere della Sera”), disarmante nella sua trasparenza, talmente semplice e perfetto, nella forma e nei contenuti, da dare l’idea di una maggiore sfuggente complessità. È la lotta di un uomo contro la natura, o meglio contro i suoi stessi limiti; una lotta talmente profonda e accanita che trasforma i nemici in amici, in un’unione universale dominata, finalmente, da un grande senso di pietà.
 
A proposito del vecchio e il mare, lo scrittore commenta: «È l’epilogo di tutti i miei scritti e di tutto ciò che ho imparato, o cercato di imparare, mentre scrivevo o tentavo di scrivere». È questo il punto più alto della scrittura di Hemingway, ma purtroppo anche un punto di  arrivo: sopraffatto dai suoi problemi di salute, da qui in poi avrà modo di produrre ben poche pagine. Difficile intuire se lo scrittore sapesse già di essere arrivato alla fine o meno, e forse non è  neanche così importante. Ciò che davvero conta è il pensiero che affida a Santiago durante la sua lunga e tremenda lotta e che, nella sua semplicità, racchiude una parte tanto vasta e profonda dell’universo del suo autore: «L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto».