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La Francia ha rilanciato il film muto

28/10/2003 24192 lettori
4 minuti
Appuntamento a Belleville (Les Triplettes de Belleville) è il bellissimo film di Sylvain Chomet che ha trionfato sia a Cannes che al festival di Annecy (il più importante festival dell'animazione del mondo), dove ha ricevuto una standing ovation di ben 20 minuti.
 
Se non l'avete ancora visto dovete assolutamente colmare questa lacuna. Ma affrettatevi: con l'importanza che danno in Italia al cinema d'animazione difficilmente lo terranno ancora a lungo nelle sale.
 
Eppure questo è ben più che un semplice "cartone animato": è poesia allo stato puro, un meraviglioso sogno lungo 80 minuti. Gli splendidi disegni delizieranno le vostre pupille che non sapranno dove rivolgersi, se sui corpi esasperati di personaggi magri come stecchini o grassi come ippopotami, o sugli sfondi di immaginarie megalopoli vertiginose e periferie cupe e solitarie, o ancora sugli innumerevoli dettagli che affollano il tutto. Un commento musicale sublime vi accompagnerà per tutto il tempo avvolgendovi delicatamente in un misto di jazz, swing e un tocco di Mozart. E la storia non mancherà di appassionarvi e divertirvi.
 
Ma andiamo con ordine. La storia ho detto: il piccolo Champion vive con la nonna, la quale non riesce a far emergere un sorriso dal faccino triste e vuoto di suo nipote. Finché non indovina la sua passione segreta e gli regala un triciclo. Passano gli anni e Champion è diventato, sotto i rigidi allenamenti dell'inflessibile Madame Souza (questo il nome dell'anziana signora), un campione di ciclismo con le fattezze caricaturali di Fausto Coppi, tanto bravo da partecipare al Tour de France. Lì però viene rapito da alcuni loschi figuri che lo porteranno nell'immensa città oltreoceano di Belleville. Madame Souza, partita all'inseguimento, approda in città e, con l'aiuto di tre simpatiche vecchiette star del vaudeville anni '20 (le triplettes del titolo originale), scopre che il nipote è stato rapito insieme ad altri ciclisti dalla mafia francese per un giro di scommesse clandestine stile ippodromo, ma con i poveri corridori al posto dei cavalli. Tutto si riversa nel rocambolesco finale, in una scena di inseguimento tanto travolgente quanto spassosa.
 
Questa è la storia a grandi linee. Ma la sinossi non rende giustizia a un film che non fa della trama il suo unico punto di forza. Tutto è spettacolo in Belleville: i personaggi che sembrano come riflessi da specchi deformanti, le inquadrature da capogiro che ora ci fanno volare su palazzoni mega-illuminati dalle prospettive indefinibili, ora ci fanno soffermare su particolari anatomici dei protagonisti (i polpacci ciclopici di Champion) ripresi dai più bizzarri punti di vista. Il tutto rafigurato da una linea spezzata stile Disney anni '70 che delinea comunque alla perfezione fisionomie e oggetti, conferendogli corposità e realismo nei movimenti. Questo anche merito dell'animazione, perfetta e fluidissima, che integra senza stonature il metodo classico con modelli 3D opportunamente disegnati secondo lo stile che li contorna (la nave "stretchata" all'inverosimile è qualcosa di assurdo): il tutto, una gioia immensa per gli occhi.
 
Ma anche l'orecchio vuole la sua parte: ecco quindi una colonna sonora composta di pezzi che difficilmente lasciano indifferenti, ma che allo stesso tempo non invadono mai la scena restando sempre come commento di sottofondo, passando dal divertimento delle scene più tranquille per poi sfumare in brani velatamente malinconici. Per non parlare dei momenti "sperimentalisti" delle tre vecchiette, capaci di trasformare semplici oggetti di uso domestico in musica (e il bello è che in realtà è lo stesso compositore, Benoit Charest, ad usare quegli oggetti per produrre la musica dell'anziano trio).
 
Ma quello che sorprende il film è la capacità di raccontare una storia rinunciando quasi del tutto ai dialoghi. Dire che i nostri personaggi sono di poche parole è un eufemismo: infatti, le uniche voci che sentiamo provengono per lo più da mezzi esterni come radio e televisione. Nonostante ciò, non avrete un attimo di noia: per i primi venti minuti del film non succede assolutamente niente, eppure siamo sempre presi dalla voglia di guardare, anche se si tratta semplicemente di seguire gli spostamenti dalla precisione svizzera del cane Bruno (che ci regalerà anche momenti di introspezione onirica con i suoi sogni monopolizzati dai treni). Tutto si basa sull'azione: in questo Chomet è dichiaratamente debitore di classici del cinema muto come Charlie Chaplin e Buster Keaton. Le gag, mai banali, vi strapperanno ben più di una risata: ma non mi permetto di riportarvene neanche una come esempio, perché svelarle sarebbe un delitto.
 
Insomma, un film assolutamente imperdibile, che con tutto lo sforzo possibile le parole non possono descrivere: si può solamente andare a vedere. E sentire. E amare.
Giuseppe A. D'Angelo
Giuseppe A. D'Angelo

Sono nato il 15/1/1982.
Mi sono diplomato nel 2000 al liceo scientifico "P. Calamandrei" di Napoli con la votazione di 90/100.
Attualmente frequento la facoltà di lingue e letterature straniere alla "federico II" di Napoli.


Be'... non c'è molto altro da sapere.


Vabbe', dai... I miei hobby sono il cinema (nel senso di andarci), i fumetti (nel senso di farli, oltre che leggerli), la scrittura di articoletti come quelli che avete letto, e la palestra.


Frequento la "Scuola Italiana di Comix" di Napoli.
E poi ho scritto per quasi due anni su un giornale e ho realizzato un opuscolo per il comune sull'adozione a distanza per il comune di Napoli (una storia a fumetti da me scritta e disegnata da Alessandro Nespolino).


Per ora è tutto.