Bentornato. Accedi all'area riservata







Non ti ricordi i dati di accesso?Recupera i tuoi dati

Crea il tuo account

2 SHARES

CITROËNSFORMERS: pubblicità o cinema progresso?

30/11/2007 6722 lettori
3 minuti

Se il rapporto simbiotico uomo-auto si dovesse risolvere in una disputa che vede come esito finale il destino nella stessa sopravvivenza che lega  metamorfosi meccaniche animate da sentimenti di rivalsa e compiacimento, quello che il genio di Spielberg ha sapientemente generato non può che confermare quell’entusiasmo che è nato nel lontano 1984, dove una serie televisiva d’animazione di produzione nippo-americana ha portato una ventata di tecnologica umanità rispetto alle tradizionali saghe full-japan che avevano imperversato negli eteri televisivi, non solo italiani, ma di una generazione di anime e manga-cartoon che hanno rivoluzionato il mondo dell’animazione, sino ai nostri giorni. L’eterna battaglia tra il bene (gli autobot) e il male (i decepticon), in quell’universo racchiuso in un infinitesimale cubo frammentato degno del più machiavellico Rubik (analogo svago contemporaneo alla serie d’animazione stessa), ha potuto avere una eccellente rivisitazione firmata dal quarantaduenne californiano Michael Bay, reduce dai fasti cinematografici di Pearl Harbor (2001) e il più analogo Armageddon (1998), che sotto la paterna ala protettrice del più  "eterno fanciullo" di Hollywood ha dato vita a Transformers, un lungometraggio di moderna computergrafica in un concentrato di 150 minuti, capaci di mediare lo stile narrativo sia dell’originale serie televisiva d’animazione che il fumetto partorito dalla stessa Marvel  Comics nel 1992. Una moderna favola condita di quel sano "retrogusto maschile", che vede calibrare filosofiche angosce adolescenziali, dove "tutto esiste se esiste lei", donna e auto dei sogni,  in quella Chevrolet Camaro (ne sono state usate due modelli, prima quella del ’75 e infine la metamorfosi nel recente modello del 2008) spodestatrice dell’originale maggiolino Volkswagen giallo, che vede il liceale Sam Witwicky (Shia LaBeouf) alle prese con venali dipartite sentimentali e conflitti generazionali di ben poca rilevanza, visto che l’affetto sincero ripaga sempre e la ruggine custom sparisce con il sorriso della bella di turno, l’avvenente Mikaela interpretata da Megan Fox. Battaglie urbane e inseguimenti mozzafiato che ripagano le proverbiali raccomandazioni tramandate dal trisavo dello stesso incauto sbarbatello che si trova ad affrontare le prime responsabilità appesantite da una dibattuta e contesa battaglia tra le forze aliene capitanate da Optimus Prime e l’antagonista Megatron, in quel duello finale che richiama l’atavico conflitto della bella e la bestia nel predecessore King Kong e lo stesso Gremlins di Joe Dante, in quelle rocambolesche mutazioni cibernetiche infestate da demoniache intenzioni (vedi quel moderno "Gizmo" che passa da radio hi-fi a cellulare Nokia, per venire decapitato ma non ucciso in una ironica  e rigenerante mutazione, come dire "l’erba cattiva non muore mai"), citazioni d’obbligo per dare merito al produttore Spielberg, fan accanito della serie originale.   
Quell’umano affetto che premia Sam, ripagato dallo stesso Bumblebee scampato al governo americano intenzionato alla rituale sperimentazione e salvato dal ragazzo, portavoce di quella lotta disperata che si risolve a favore dei buoni sentimenti. Michael Bay ha quindi dato un seguito al primo cortometraggio riversato in uno Spot di analoga fattura, diretto nel 2005 da Neill Blomkamp, per conto dell’agenzia pubblicitaria Euro RSGC, che ha come protagonista una rinnovata Citroën C4 autrice di una rocambolesca trasformazione in autorobot capace di prodigiosi passi di danza degni di un collaudato Breakdancer.  Quando il cinema insegna, si è passati così dall’innovativa tecnica di motion-capture usata dallo stesso  Peter Jackson, nella creazione del Gollum digitale nella saga de Il Signore degli Anelli, che ha visto adottare la metamorfosi di trucco nella paziente applicazione di elettrodi sulla stessa tuta indossata dall’attore e collegati al computer, per simulare perfettamente ogni mimica  di movimento, nella perfetta resa d’animazione. Lo stesso risultato eccellente ottenuto per il Polar Express custodito da un patriarcale Tom Hanks nelle vesti di un bigliettaio rivisitato in digitale, diretto nel 2004 da Robert Zemeckis, che ha bissato le prodezze nei virtuosismi fantasy del recentissimo Beowulf, con Angelina Jolie sapientemente reinventata in magiche spoglie. Una rivoluzione di pixel che lascia presagire un futuro di Cinema un po’ troppo virtuale, dove gli attori potranno essere abilmente sostituiti dallo specchio di se stessi, sempre meno imperfetti ma forse meno a proprio agio per esorcizzare il rito dell’eterna giovinezza che solo il mondo patinato di Hollywood riesce ancora a far desiderare.             

Paolo Arfelli
Paolo Arfelli

Nato a Ravenna; ho avuto il piacere di aver frequentato un corso di grafica pubblicitaria tenuto da Umberto Giovannini, presso la T. Minardi di Faenza, dopo il quale intendo affrontare un discorso editoriale che possa completare il cammino professionale che voglio realizzare.

E' da qualche anno che ho il piacere di legare la mia capacità a Comunitàzione, in una collaborazione di testi e argomenti che valorizzano la serietà riposta da Luca Oliverio e il contesto in cui questo portale opera, tra pubblicità, marketing, informazione e tanto altro.

Ho in preparazione alcuni cortometraggi e la realizzazione di un magazine (DC DIRECTOR'S CUT) all'interno di Alphabet&Type®.