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Il feticcio visuale secondo Massimo Canevacci

13/06/2007 25453 lettori
4 minuti

Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale all’Università La Sapienza di Roma, parla del rapporto che intercorre tra corpo e potere, presentandoci il concetto di “feticcio visuale”. Da un personaggio come lui, estroso e da sempre interessato ai legami tra uomo e contesto metropolitano, era facile aspettarsi discorsi allettanti che stimolassero una riflessione. E così è stato. D’altronde, c’è chi ritiene che il corpo sia ormai diventato uno dei luoghi su cui confluiscono i saperi e si costituiscono i propri sistemi di conoscenza, dove violenza e libertà, oppressione e delicatezza, si incontrano e sembrano quasi sovrapporsi. E allora, che la discussione abbia inizio.

 

 

 

Professor Canevacci, che cos’è il “feticcio visuale”?

“E’ una cosa che unisce elementi che prima erano separati. La società odierna è fortemente caratterizzata dai feticci visuali. Quella del feticcio è una storia che, nel corso del tempo, ha subito interessanti mutamenti. I portoghesi sono stati i primi a coniare questo termine, dopo aver visto i feticci che erano presenti nella cultura africana. Successivamente, Marx ha inteso il feticcio in un’accezione di estraneità, ed in tal senso trovo che il primo libro de “Il capitale” sia ancora oggi molto attuale. Poi è arrivato Freud, che ha collegato il feticcio alla sessualità, intendendolo in senso metonimico (una parte per il tutto): ad esempio, la scarpa della donna che diventa un feticcio perché è stata indossata dalla donna stessa. In questa fase, possiamo sostenere che il feticcio fosse una prerogativa maschile. Infine, arriviamo a quello che io chiamo “feticcio visuale”, e che riguarda cinque sfere: arte, pubblicità, design, architettura e Internet”.

 

Cosa c’entra Internet con questo discorso?

“C’entra eccome, perché coinvolge la cultura digitale, che permette un’esperienza nuova, diversa rispetto al passato. Second Life rappresenta sicuramente un esempio degno di attenzione: gli avatar sono “corpi pixellizzati”, e rappresentano una duplicazione della soggettività di indubbio rilievo. Abbiamo una proiezione virtuale del corpo dell’individuo. E poi c’è un sito, Suicidegirls, che concentra al suo interno interessanti esempi di feticci derivanti anche da un legame sempre più forte tra corpo e potere. Penso al corpo “guepierizzato”, grazie alla presenza di piercing sulla schiena che, uniti tra loro da un filo perlato, danno vita ad una vera e propria guepiere, intrecciata però direttamente sul corpo. La guepiere nacque proprio con lo scopo di “controllare” in qualche modo il corpo femminile, ma successivamente è diventata un elemento seduttivo”.

 

E cosa possiamo dire, invece, del piercing?

“Anche sul piercing ci sono da riportare notevoli esempi. In una pubblicità, è stato mostrato il pomodoro “pierciato”: in pratica, è stato applicato un piercing al frutto iniziale del pomodoro, che crescendo si è dovuto adattare a questa nuova condizione. Alcuni studenti di Torino, invece, hanno inteso un edificio come “corpo”, come entità viva, e gli hanno applicato un grosso piercing. Alcuni manifesti pubblicitari ci mostrano occhi leccati da lingue, bocche che celano al loro interno pupille, orecchie con i denti… Segno che non ci sono più solo i cinque sensi, ma tutta una serie di flussi comunicativi che si mischiano tra loro e che sono in continua interazione. Anche questo dimostra che oggi le barriere sono più labili di un tempo”.

 

Lo stesso vale per i concetti di “location” e “bodyscape”?

“Certamente. Tra le due cose può esserci interscambio. Location e bodyscape ci rimandano al rapporto tra corpo e luogo, anche e soprattutto in chiave pubblicitaria: l’orologio Breil la cui cassa combacia con il capezzolo di un seno può essere un esempio di bodyscape, ma anche di location. Questi due elementi oggi sono fortemente correlati. Io, poi, amo molto parlare di “body-corps”, dove il trattino presente tra “body” e “corps” non è qualcosa che divide, ma che unisce. “Body” indica il corpo vivo, mentre “Corps” è il cadavere. Oggi c’è un continuo rimando tra corpo vivo e corpo morto, e il trattino che “separa” i due termini (“body” e “corps”, appunto) sta a simboleggiare proprio questo continuo passaggio da una parte all’altra. Non c'è dualismo ma compenetrazione”.

 

Cosa ci può dire sul rapporto tra corpo e potere?

“Ricondurrei il rapporto tra corpo e potere, più che nell’ambito della sociologia, in quello della comunicazione. Le “metropoli comunicazionali” ci insegnano che all’interno degli spazi metropolitani si comunica molto. E l’arte contemporanea richiede, rispetto all’arte tradizionale, spazi più ampi. C’è poi da sottolineare che un architetto ha scritto un libro, “Learning from Las Vegas”, che è sintomatico di questo discorso, perché spiega che Las Vegas ha anticipato molte forme di comunicazione metropolitana. Oggi il plurale di “io” non corrisponde più a “noi”, ma a tanti “ii”. Possiamo parlare di un “multividuo” che ha, dunque, un’identità diversa rispetto a prima. Ci troviamo di fronte a soggetti diasporici. E il processo “from roots to routes”, cioè “dalle radici agli itinerari”, sta a significare che c’è un cambiamento importante in atto”.

 

Il feticcio visuale riguarda anche la pubblicità. Quest’ultima è una forma d’arte o no?

“E’ sempre più difficile non considerare la pubblicità come una forma d’arte. E gli esempi che abbiamo in tal senso sono numerosi. La Campari ha una lunga tradizione di pubblicità fortemente artistiche. Anche un manifesto della Campari che ho trovato di recente sul web va in questa direzione: la bottiglia ha la forma di un corpo, che non è necessariamente femminile, e sulla schiena di questo corpo ritroviamo anche l’elemento guepiere come forte attrattiva. Oppure possiamo citare due casi di Gucci. Nel primo troviamo una pubblicità che è stata ritirata dopo poco tempo e in cui appare una donna con la “G” tatuata sopra al pube: un evidente richiamo al Punto G, ma anche allo stesso marchio Gucci. Nel secondo caso, invece, vediamo un uomo stringere in mano un pezzo di cinta, che può far pensare anche al pene. E che dire delle forme promozionali adottate per le borse di Francesco Biasia? Anche lì troviamo legami con il corpo (e con la sessualità) che vanno dalla borsa con le gambe alla zip a forma di vagina”.

 

Trasponiamo il feticcio visuale in ambito cinematografico: che differenza c’è tra lo stile di David Lynch e quello di Quentin Tarantino?

“Non sono d’accordo con chi mette Lynch e Tarantino sullo stesso piano. Tarantino ti diverte quando guardi i suoi film, ma Lynch fa da anni un lavoro di ricerca che è da collocare decisamente su un livello diverso. Amo molto alcune sequenze dei suoi film in cui è difficile distinguere la realtà dalla finzione. Sto approfondendo un aspetto del suo cinema: la tappezzeria. Trovo che la tappezzeria presente nei film di David Lynch rispecchi in qualche modo l’inconscio, collocandosi come punto di contatto tra l’Es e il Superio, in un interstizio dove questi due elementi possono andare d’accordo tra loro”.

Massimo Giuliano
Massimo Giuliano

Ho collaborato con varie testate cartacee, tra cui Il Tempo e Intercity. La musica è il mio interesse principale: ho recensito cd e concerti per vari siti Internet (NotizieNazionali.net, L'isola che non c'era, Musicalnews.com) mentre oggi sono redattore di IlPescara.it, gruppo editoriale Citynews-Today. Mi sono occupato per anni anche di uffici stampa e comunicazione, collaborando inoltre da esterno con agenzie ed emittenti tv per realizzare servizi ad hoc.