DiCinema: la nuova Hollywood

Ogni artista, è risaputo, mette se stesso in ogni sua opera, che sia pittura, musica, letteratura o, come in questo caso, recitazione. Se poi l’artista deve il proprio talento a quella caparbietà caratterizzata dalla propria etnia, portata con quella fierezza che volentieri rinvigorisce di autenticità un cliché annaffiato dalla stessa veridicità anacronistica che determina in molti casi la sceneggiatura... bé, ancora meglio. In questo caso, gli auspici non potevano essere migliori, considerando i natali devoluti da una famiglia baciata dal sacro fuoco dell’arte, nel padre Robert pittore e la madre Virginia poetessa e pittrice. Robert De Niro (Di Niro, il cognome originale dei nonni paterni, emigrati nel 1890 da Ferrazzano), con gli studi superiori abbracciati dalla Little Red School House dove si laurea, per percorrere quella strada di attore che lo vede sorretto da quei pigmalioni che credono in quella aspra caratterizzazione richiesta dai primi successi, dal Taxi Driver di Martin Scorsese (vero alter ego dell’attore) al giovane Corleone (primo Oscar come attore non protagonista), nel marchio DOP della saga diretta da un altro italo americano d'élite, Francis Ford Coppola nel suo Il Padrino. Ma il primo a credere in De Niro è Brian De Palma, che lo dirige prima in Ciao America!, influenzando la propria prova registica in Bronx, vent’anni dopo, ricucendo quella Little Italy celebrativa da ogni convenevole di parte, per proseguire con lo stesso Elia Kazan, padre dell’Actors Studio, che lo dirige in Gli Ultimi fuochi, apripista di un genere proseguito l’anno successivo dallo stesso Scorsese con l’analogo New York New York. Bernardo Bertolucci lo vuole insieme a Gèrard Depardieu, per quell’ampio ritratto storico di classe, battezzato Novecento, stessa operazione fatta da Sergio Leone per il suo pretenzioso C’era una volta in America (sulla falsariga del miglior Coppola), per arrivare alla celebrazione del proprio culto in due ampi successi, nel Il Cacciatore di Michael Cimino (primo ruolo importante per Meryl Streep, al fianco di Savage e Walken) e lo splendido Toro Scatenato di Scorsese, biopic del pugile Jack La Motta (il toro del Bronx), magistralmente fotografato da Michael Chapman, che gli vale l’Oscar per la miglior interpretazione. Di lodevole impegno spiccano Mission di Roland Joffè (al fianco di Jeremy Irons) e la prova in salsa black comedy di Alan Parker, Angel Heart, nei panni di Lucifero nel recriminare la propria anima ad un incauto Mickey Rourke in salsa voo-doo. La carriera di De Niro è un susseguirsi di ruoli di primaria importanza, mantenendo sempre alto il margine dissacratorio della commedia facile, passando dai restyling d’autore per Non siamo angeli (Sean Penn e Demy Moore, nei ruoli che furono di Bogart e Ustinov) e Cape Fear (insieme a Nick Nolte), per lievitare la facile risata nei recenti Ti presento i mei (in coppia con Ben Stiller), Un Boss sotto stress e la recente parentesi italiana diretta da Veronesi, in Manuale d’amore 3, con una Monica Bellucci in burrose forme mediterranee. Tutto a contornare un mostro sacro di attore che ha saputo caratterizzare i propri personaggi, sino al punto di autenticarli con le proprie caratteristiche, vedi la trasformazione avvenuta per mano di Kenneth Brangah, nell’omonimo Frankeinstein di Mary Shelley. Di non meno importanza rimangono i confronti diretti con i ruoli che lo hanno consacrato, vedi Il grande match, diretto da Peter Segal, nel rapporto con un rivale pugilistico di tutto rispetto in Sylvester Stallone, per passare a Lo stagista inaspettato (di Nancy Meyers) e lo stesso Nonno scatenato di Dan Mazer.