L’innovazione, dicono i vocabolari, è l’intervento migliorativo o di radicale mutamento riguardante il sistema.
Quali sono dunque le innovazioni, che ci sono state in Italia nell'ultimo anno? Negli ultimi cinque? Negli ultimi dieci?
Un’innovazione ad esempio, è quella apportata dalla SISAL dando a tutti la possibilità di pagare le bollette non solo alle poste, ma presso quasi ogni tabaccheria, e da qualche tempo, anche alle casse dei centri commerciali. Oppure TOK.tv che ti consente di condividere la passione per il tifo della tua squadra del cuore.

Questa è un’innovazione: l’utente ha un problema (la fila alle poste) e una società la risolve in modo disruptive (non aumentando gli sportelli delle poste, ma trasformando le ricevitorie Sisal in punti in cui pagare i bollettini e non solo).

L'Istat, per dire, ci racconta che la spesa per ricerca e sviluppo incide per l’1,26 per cento del Pil (2012). Tale valore non è lontano dall’obiettivo Europa 2020 fissato per l’Italia (1,53 per cento), ma è ancora distante dall’obiettivo comune dei paesi Ue, fissato al 3 per cento e superato solo dai Paesi scandinavi (chiedetevi dove è nata Spotify, per esempio).

Ecco, questa forza “innovativa”, onestamente, in Italia, non è così evidente... Ce ne sono di imprese che ce lo fanno. Ma sono molte meno del rumore di fondo che si è creato intorno a questi temi. Un forte rumore di fonto, che però rimane un chiacchiericcio sui temi delle startup, venture capital, angels, con l’uso sovrabbondante di termini quali “ecosistema”, “exit”, seeding…
Un grande tappeto musicale che suona le note dell’autoincensarsi o, quando va meglio di scounting di vecchie, e meno vecchie, realtà imprenditoriali che cel’hanno fatta (a far cosa poi?).
Il problema del rumore di fondo è che ruba la scena alla sostanza. Tutti si concentrano a guardare il dito e nessuno cerca più la luna.

Infatti, sempre per l'ISTAT: L’Italia ha presentato all’Epo (European patent office) oltre 2.600 richieste di brevetto. L’indice di intensità brevettuale nel 2010 risulta pari a 74,9 brevetti per milione di abitanti, collocandosi ampiamente al di sotto della media europea.

L’articolo di Luca De Biase “È possibile rispondere all’arretratezza italiana nell’innovazione?” è, al proposito, molto interessante; così come “La grande ricchezza sprecata. Solo l’ 1,3% del Pil va all’innovazione”  di Massimo Sideri.

Entrambi evidenziano come l’Italia abbia “virtualmente” tutte le carte in regola per fare dell’innovazione il proprio baluardo della crescita ma, al tempo stesso, ci siano molte ragioni per cui ciò non avviene.

Credo che per far crescere bene un’impresa, essa si debba assicurare i migliori talenti sul mercato, perchè è attraverso il loro lavoro, la loro passione, la loro dedizione, che l’impresa può offrire ai propri clienti i migliori servizi e competere sul mercato. E tanto più il mercato è “competitivo” appunto, più è importante la “black-box” — quel valore intangibile dell’azienda composta da know-how, pratiche, prassi, relazioni, “chimiche e alchimie interne” dei gruppi all’azienda — che fanno la differenza tra un’azienda che vola e una che non decolla.

Ora poniamo che quella "dell’innovazione italiana” sia un’impresa.
L’abbiamo affidata ai migliori talenti?

Spero che il 2016 sia un anno in cui partire, perché se davvero vogliamo andare incontro all’innovazione — con venti anni di ritardo rispetto ad altri Paesi — possiamo ancora farcela, ma dovremmo dare meno peso a chi chiacchiera e più sostegno a chi fa.