I blog, l'internet e gli scrittori emergenti: intervista con Massimo Arcangeli

Oggi incontriamo Massimo Arcangeli, docente di Linguistica italiana presso l'Università di Cagliari; Arcangeli è anche un critico letterario, oltre ad esser articolista del manifesto, l'unità, liberazione, La Stampa.

Leggo sul sito di Repubblica che il professor Arcangeli ha scritto un libro sulla lingua e l'identità.
Nel libro Arcangeli si occupa di fenomeni di sociolinguistica ed essendo un appassionato di società e di comunicazione decido di contattarlo.
 
In una società globalizzata dove in molti prefigurano una lingua unica, anche le identità si stanno appiattendo su una sola linea, oppure si stanno moltiplicando?
 
 
Le identità si moltiplicano ormai sempre più e, mentre si moltiplicano, si contaminano a vicenda: perché si incontrano, dialogano, si scambiano esperienze (reali e virtuali). La cosa, a cui alcuni plaudono, provoca in altri risposte inquietanti. Stiamo in effetti vivendo una crisi dell’
identità occidentale, dei popoli come degli individui, che non ha eguali nella recente storia europea. Tanto più ci si sente minacciati dall’“altro” nella propria identità individuale e collettiva tanto più si reagisce bruscamente, e talora violentemente, nei confronti di tutti coloro che non si schierano apertamente a favore di quella sola idea, di quella sola fede, di quel solo credo politico che si pretende di rappresentare. È il paradosso degli anni che stiamo vivendo: a un’
Europa “superficiale” che cerca il dialogo sembra sempre più corrispondere un’Europa “profonda” che ne ha una irragionevole, oscura paura. Con il crollo del comunismo nei Paesi dell’Est quello che si credeva uno steccato impossibile da abbattere (tra destra e sinistra) è improvvisamente venuto giù. Con le migrazioni nella vecchia Europa di nuove fedi e di nuove culture quella che si sarebbe ritenuta qualche tempo fa una remota ipotesi (lo “sradicamento” dalle basi cristiane della nuova civiltà che sta sorgendo sotto i nostri occhi) si sta rivelando una realtà incontrovertibile che, volenti o nolenti, è fondamentale riconoscere se si vuole davvero dialogare. Con il riconoscimento delle “diversità” sessuali anche l’identità di gender (che, fino a ieri, divideva l’uomo dalla donna), una identità culturale, prima ancora che biologica, si sta progressivamente sgretolando. Ecco perché è arrivato il momento di rinunciare a dire “io”, ma anche di rinunciare a dire “altro”. Si dovrebbe cominciare a dire che “io” è anche “altro” e che “altro” è anche io. È quell’anche il solo in grado di gettare un ponte tra le diverse identità, tra le diverse fedi, tra le diverse civiltà. Sono anche musulmano. Sono anche migrante. Sono anche omosessuale.
 
 
Se la scrittura è stata uno dei pilastri per la costruzione delle identità anche etniche, cosa succede con la comunicazione elettronica? I linguaggi si mescolano, l'hyperlink diventa uno status symbol, il multimediale oggi è la normalità... la conoscenza di più lingue... come recepiscono questi cambiamenti gli scrittori e la letteratura italiana?
 
La comunicazione elettronica, dove l’“iperità” gioca in casa, è il più formidabile veicolo per la mescolanza linguistica. E l’iperità, con la mescolanza, è la chiave di volta per interpretare oggi il mondo. L’“ipertestualità”, oggi, è anche l’ipermodernità della sociologia più consapevole (che la preferisce a postmodernità), l’iperletterarietà di certe scelte narrative (gli scrittori più avvertiti l’hanno compreso da tempo), l’ipertelevisività di una televisione che antepone sempre più ai suoi contenuti i “link” con cui rinvia continuamente dall’uno all’altro programma, l’iperespressività dell’immagine della recente comunicazione pubblicitaria. L’ipertestualità ci parla sempre più di intrecci e ibridazioni, di palinsesti che si rincorrono, di format che si ricalcano l’uno sull’altro, di strutture del racconto e di modalità e organizzazioni testuali che viaggiano di continuo da un genere all’altro, da un mezzo all’altro. E si pensi, quanto alla mescolanza linguistica, a quel che sta accadendo attualmente alla lingua inglese. Sembra a molti inarrestabile nella sua corsa (attenti però allo spagnolo) ma è dovuta ultimamente scendere a patti con le lingue via via incontrate: dal japlish al cinglish, dall’englog (l’inglese parlato nelle Filippine) al taglish (che mescola inglese e tagalog), dallo spanglish al globish di un fortunato libro di un esperto di marketing internazionale, il francese Jean-Paul Nerrière, è ormai tutto un fiorire di designazioni il cui comune denominatore è la presa d’atto di un sostanziale mélange. Che mondo sarebbe, d’altronde, quello in cui tutti dovessero parlare un giorno un’unica lingua? Secondo un noto linguista inglese, David Crystal, un mondo nel quale il genere umano, fra cinquecento anni, si potrebbe trovare effettivamente a vivere.
Sarebbe in questo caso senz’altro, come sostiene Crystal, una catastrofe ecologica di dimensioni inimmaginabili ma mi riesce francamente molto difficile pensare a uno scenario del genere.
Preferisco continuare a guardare alla diversità linguistica come a un patrimonio inestimabile al quale una parte almeno della nostra specie non sarebbe disposta a nessun costo a rinunciare. Sarà forse anche per questo che il 47,6% degli abitanti di New York, se stiamo ai risultati del censimento effettuato nel 2003 dall’US Census Bureau, parla in casa propria una lingua che non è l’inglese: è quanto meno consolante pensare che nella Grande Mela, nel cuore stesso della grande nazione americana, l’inglese non riesca tanto facilmente a varcare la soglia di casa.
 
 
La nostra letteratura rispetto alle altre, oggi siamo nell'epoca dell'internet, come si ritrova, sconfitta, vincente, indietro, al passo?
Maerowitz prima, in oltre il senso del luogo, ma anche De Kerchove dopo in brainframe, sostengono che le nuove tecnologie cambiano il nostro ambiente e il nostro approccio ad esso (e anche che il nostro cervello e il nostro modo di raffrontarci con il mondo), questo è desumibile anche nelle variazioni diacroniche della lingua? e come questi cambiamenti stanno caratterizzando la lingua italiana?
 
 
Dobbiamo partire da una premessa. Senz’altro la tradizionale scrittura alfabetica, quella su cui da secoli si è fondata la civiltà occidentale, è in una fase di sensibile riassestamento.
Questo anche per effetto dell’avvento della scrittura digitale, che è molto spesso uno strano ibrido tra scritto e parlato. Pensiamo a due utenti che comunicano via chat: digitano sui tasti del loro computer i caratteri che dovranno costituire i loro turni di parola ma in realtà è come se parlassero in silenzio. Non è una cosa così scontata se ci si pensa un attimo, così come non sarebbe così scontato leggere oggi un libro a voce alta. Perché l’atto di lettura, da secoli, è un atto da consumare in silenzio. Non così in epoca anteriore al Medioevo, quando era normale leggere a voce alta (ecco perché Sant’Agostino, nelle Confessioni, racconta di essersi sorpreso a vedere Sant’Ambrogio leggere in silenzio). In età umanistica la lettura silenziosa è già abbondantemente acquisita: in un famoso quadro di Antonello da Messina (del 1475 ca.), conservato attualmente al Museo di Capodimonte di Napoli, che ritrae San Girolamo, il santo appare come un dotto umanista, con indosso la porpora cardinalizia, immerso nella cornice di un tipico studiolo umanistico, nel contesto sacro di una chiesa gotica (non è più l’eremita in atto di penitenza ritratto in tanti dipinti), ed è assorto proprio nella lettura silenziosa. Voglio dire insomma che le pratiche di lettura, di scrittura, di parola condizionano quello che siamo. Probabilmente anche per questo la linea di divisione tra scritto e parlato, nel tempo, si assottiglierà sempre più. Si creeranno nuove contaminazioni e nuove ibridazioni e ne risentiranno anche le nostre strutture mentali. Come hanno ampiamente dimostrato Stephen Krashen, Joseph E. Bogen e, sulla loro scia, numerosi altri scienziati, la differenza più straordinaria tra i due emisferi del nostro cervello è proprio il modo in cui processano le informazioni: l’emisfero destro (che vede gli oggetti nella loro sostanziale unità) lavora in parallelo, quello sinistro (che quegli stessi oggetti, invece, scompone) lavora invece in serie. Non è escluso che, nel lungo periodo, si debba assistere a una ridefinizione dei rapporti di forza tra l’
emisfero destro e quello sinistro a tutto vantaggio del primo. Tutto questo ricadrà sull’italiano, innanzitutto, in termini di semplificazione (il congiuntivo scomparirà?, se lo chiedono in molti) e di velocizzazione comunicativa.
 
 
Professore credo che ad alcuni di noi potrebbe esser utile avere degli strumenti analitici per analizzare i blog, ad esempio, alla ricerca delle identità che si costruiscono attraverso i diari elettronici. Può fornirci alcuni suggerimenti operativi?
Credo che elaborare una tesi di laurea per gli studenti di SciCom sul tema: weblog e identità, potrebbe essere molto interessante, ma come i weblog stanno influenzando il parlato e lo scritto italiano? i primi segni sono già evidenti? e come questi influiscono sulle identità e sulla ridefinizione dei ruoli?
 
Le frotte di giovani bloggers che approfittano delle opportunità di scrittura offerte loro dalla comunicazione mediata dal computer si affidano al nuovo mezzo digitale, certo, ma per scrivere in un genere all’apparenza tradizionale come il diario. Scrivono perciò in una lingua in un certo senso riconquistata alla scrittura. Una scrittura che si dimostra così ancora viva; imbastardita quanto si vuole (dalla presenza di un’oralità spinta o da tratti visiografici, quasi idiogrammatici, come gli emoticons), ma viva. Dalla civiltà dei punti e delle virgole, con i quali per secoli abbiamo separato sulla pagina scritta i vari passaggi di scrittura, alla civiltà di flusso, che alla punteggiatura può anche rinunciare perché quello che conta è lo scorrimento delle righe di scrittura sul video (o lo scorrimento delle immagini sullo schermo televisivo, sul quale si fa sempre più fatica a individuare i punti di passaggio da un programma all’altro).
Far scaturire da tutto ciò una qualche previsione o anche solo un’ipotesi operativa sulle possibili ricadute del fenomeno blog sull’identità (individuale o collettiva) non è però cosa facile. Un paradosso (l’ennesimo di questi nostri ribollentissimi anni) può però essere almeno sottolineato: il genere autobiografico per eccellenza, il diario, finisce in molti casi, quando parliamo di “diari elettronici”, per essere veicolo dell’occultamento di sé dietro il paravento delle infinite identità disponibili garantite dal ricorso ai nicknames.  
 
 
Trovo che gli scienziati della comunicazione saranno gli specialisti chiamati ad analizzare questi mutamenti perché possessori di un sapere unico da questo punto di vista; ma ancora oggi il loro impiego in questi termini è ridotto, lei crede che ci siano i margini per un miglioramento?
 
Chi meglio di un esperto o uno studioso della comunicazione può comprendere la rilevanza attuale, per dare un senso al mondo, di una unità conoscitiva ed esperienziale come un “ponte” (tra civiltà, lingue, culture, vite diverse)? Se qualche decennio fa l’interpretazione del reale era soprattutto affare dei semiologi, oggi (e tanto più domani) un ruolo di primo piano dovrebbe spettare di diritto ai comunicatori (e, naturalmente, ai net-filosofi). Credo sia soltanto una questione di tempo.
 
 
Sì, lo credo anche io. Eppure per gli studenti di Scienze della Comunicazione è sempre molto complicato trovar lavoro. E’ vero, rispettano le statistiche e in un anno riescono a trovare impiego, ma molto spesso temporaneo, part time o solo a progetto. Quali strade lei invece si sente di suggerire ai suoi studenti di SciCom?
 
Potrebbe sembrare una battuta ma non lo è: l'unica strada che suggerirei di battere davvero è quella della comunicazione. Una comunicazione che torni finalmente a investire sull'autenticità e sulla leggerezza del suo messaggio. Oggi si può comunicare in tantissimi modi diversi (e non solo tramite il linguaggio verbale) ma spesso la comunicazione, così come l'informazione, è soltanto apparente; bisogna che i futuri comunicatori ne prendano coscienza e comincino a elaborare nuovi modelli sia dell'una che dell'altra. Consiglierei di partire proprio dalla Rete, la cui promessa di un vertiginoso aumento della velocità di comunicazione e di trasmissione delle informazioni è sempre più tradita. Talvolta si ha anzi l'impressione che i dati riversati nel web, che per sua natura dovrebbe possedere tutte le caratteristiche di mobilità e mutevolezza tipiche di un fluido, siano l'equivalente di rifiuti solidi urbani non facilmente smaltibili; sono d'accordo, per questo aspetto, con quanto va sostenendo da tempo sull'argomento Jakob Nielsen, che ci ha ripetutamente messi in guardia contro i pericoli di una discarica virtuale.
 
 
Allontaniamoci un attimo dagli atenei… la lingua italiana oggi è influenzata dagli SMS, dalla e-mail, dal Voip. Già Ong aveva parlato di una oralità secondaria, ma secondo Maldonado: lo stesso Ong ha individuato un periodo di scrittura primaria che copre l’arco di tempo fra l’invenzione della scrittura (fase chirografica) e l’invenzione della stampa a caratteri mobili (fase tipografica). Curiosamente, Ong non ha preso in considerazione che, in concomitanza con l’oralità secondaria, esiste oggi anche la scrittura secondaria, ossia la scrittura risultante dall’uso dei mezzi elettronici di seconda generazione.
E Maldonado si riferisce soprattutto alla posta elettronica per esempio, che accelera le relazioni, ma allo stesso tempo le rallenta rispetto al telefono ad esempio, reinserendo l’elemento di “razionalizzare” la comunicazione. Abbiamo quindi la spinta alla velocità e allo stesso tempo la spinta a razionalizzare… La scrittura in tempo reale è una vera novità poi: penso alle chat e agli sms. Uno strumento votato alla riflessione e all’approfondimento come è sempre stata considerata la scrittura, adesso deve vivere anche nel tempo reale, nell’immediato. Anche questo elemento porterà sicuramente dei nuovi brainframe, ma quali e come potremmo affrontarli e capirli in anticipo?
 
 
Chi nega che il contrattissimo e iconicissimo scrivere caratteristico delle nuove generazioni abbia una ricaduta nulla o senz'altro trascurabile sulla qualità della nostra scrittura credo non si renda conto della complessità di un processo che potrebbe portare a una progressiva simbolizzazione del nostro alfabeto. E così come la scrittura digitale è una inaudita forma di scrittura (sono ovviamente d'accordo - ne ho scritto anch'io - nel definirla secondaria) il sapere digitale potrebbe rivelarsi - ma già si rivela - una inaudita forma di sapere. Ciò che appare a prima vista come un drammatico gap, risultato di una "digitalizzazione" delle facoltà conoscitive che sarebbe responsabile, secondo alcuni, di una conoscenza discontinua e frammentaria, potrebbe rappresentare il frutto di una embrionale condizione di alterità, di un pensiero reticolare i cui collegamenti tra i diversi nodi sono ancora manchevoli o poco sviluppati. Non basta sostenere, insomma, per cavarsi d'impaccio, che le giovani generazioni, sempre più in fuga da una tradizionale formazione scientifica le cui basi non sono ormai in grado di assimilare, sarebbero sempre più "ignoranti"; occorrerebbe invece riflettere a fondo sulle ragioni di questa supposta ignoranza.
 
 
 
La ringrazio professore per la sua cortesia e la sua disponibilità; ma prima di chiudere questa intervista, ci parli di lei. Qual è il suo personale rapporto con l’internet e con i blog?
 
 
Di Internet non potrei più fare a meno (anche se sono ancora in grado di sorprendermi quando, dopo averle viste digitare con frettolosa rapidità sulla tastiera del computer, scopro le mie dita sfogliare con godimento le pagine di un libro). Quanto ai blog faccio volentieri mia una recente osservazione di Patrick Rambaud: "La corrispondenza, la conversazione, la lentezza, la passeggiata, il silenzio e la gratuità dei nostri atti hanno abbandonato l'orizzonte. È arrivato il tempo delle solitudini elettroniche".   
 
Quali libri sono sul suo comodino in questo periodo?
 
La "Storia delle passioni" curata da Silvia Vegetti Finzi per Laterza e due libri francesi freschi di stampa e appena acquistati in Francia: "La guerre mondiale médiatique" di Laurent Gervereau e "Mauvaise langue" di Cécile Ladjali (che tenta di rispondere soprattutto a questa domanda: "gli adolescenti parlano ancora il francese?)
 
 
Quale autore italiano emergente ci consiglierebbe di seguire con particolare attenzione?
 
Terrei d'occhio soprattutto Flavia Piccinni, classe 1986, "nonostante" si sia aggiudicata due anni da
 il Campiello Giovani (i concorsi letterari, nel nostro paese, sarebbero completamente da riformare); consiglierei in particolare la lettura di "Adesso tienimi", uscito qualche mese fa per Fazi.
 
 
Grazie, a presto.
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