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Donne e Media. Lo stato dell’arte della comunicazione delle donne e sulle donne

Sono ancora ampi gli spazi di discriminazione verso le donne, anche nell’ambito dei media e dell’informazione. Se ne è discusso a Bologna, al Compa, il salone della comunicazione pubblica e dei servizi al cittadino, durante un incontro sul tema del rapporto tra donne e media, naturale continuazione del seminario romano “Donne e Media: signore o ancelle della comunicazione?” che ha visto una grande partecipazione di movimenti ed associazioni presso la casa internazionale delle donne.

A Bologna alla presenza di ricercatrici, giornaliste, accademiche e studentesse si è fatto il punto su studi ed esperienze esemplari che concorrono a definire quale sia oggi lo stato dell’arte della comunicazione, non solo sulle donne ma delle donne.

Dopo l’analisi, la pratica, con le informazioni e le esperienze da condividere per disegnare una mappa di tutte le reti definibili attraverso la doppia chiave “donne” e “media”, per fare sistema.

A coordinare l’incontro Marina Cosi, giornalista di RaiNews24 e presidente della Commissione Pari Opportunità della FNSI, la federazione della stampa italiana, che ha sottolineato l’esigenza di fare rete tra le associazioni, le volontarie e tutte le donne che in qualche modo si occupano di comunicazione.

Così come dimostra un’indagine condotta dal Censis agli inizi del 2006, nell’ambito del progetto europeo “Women and media in Europe”, lo spazio offerto alla figura femminile in TV è gestito da una figura maschile 'ordinante' e spesso non è realistica.

Attraverso l’analisi dei contenuti di 578 programmi televisivi d’informazione, approfondimento, cultura, intrattenimento sulle 7 emittenti nazionali (Rai, Mediaset, La7), emerge che le donne, nella fascia preserale, ricoprono soprattutto ruoli di attrici (56,3%), cantanti (25%) e modelle (20%). L'immagine più frequente dunque è quella della “donna di spettacolo”. Belle, patinate e soprattutto giovani.

L’immagine della donna risulta polarizzata tra il mondo dello spettacolo e quello della violenza, della cronaca nera. C’è una distorsione rispetto al mondo femminile reale: le donne anziane sono quasi invisibili (4,8%), lo status socioeconomico percepibile è medio alto, e solo nel 9,6% dei casi è basso, mentre le donne disabili non compaiono mai.

I temi a cui la donna viene più spesso associata sono quelli dello spettacolo e della moda (31,5%), della violenza fisica (14,2%) e della giustizia (12,4%); quasi mai invece alla politica (4,8%), alla realizzazione professionale (2%) e all’impegno nel mondo della cultura (6,6%).

Nell'intrattenimento le donne hanno costumi di scena audaci (36,9%), le inquadrature sono voyeuristiche (30%), vige il mito della giovinezza e della bellezza e solo nel 15,7% dei casi sottolineano le abilità artistiche della donna. L'estetica complessiva è quella dell'avanspettacolo mediocre (36,4%) e scadente (28,9%).

Nell'informazione la donna compare soprattutto all'interno di un servizio di cronaca nera (67,8%), in una vicenda drammatica in cui è coinvolta come vittima di violenze, stupri e prevaricazioni di ogni tipo.

Nei programmi di politica e approfondimento la conduzione è in mano agli uomini (63%). Ma se le donne intervengono in qualità di “esperte” lo sono soprattutto su argomenti come l'astrologia (20,7%), la natura (13,8%), l'artigianato (13,8%) e la letteratura (10,3%).

Forse ci si rifà nelle fiction che meglio descrivono l’evoluzione della condizione delle donna, la quale viene rappresentata come dirigente di distretti di polizia, come medico e avvocato in carriera.

Tra le varie relatrici del convegno di Bologna, Saveria Capecchi, docente di sociologia di Massa all’università di Bologna ha evidenziato a che punto è la ricerca sull’identità di genere ed i media, portando esempi di livello nazionale ed internazionale.

Questo excursus sulle varie ricerche dimostra che la rappresentazione di genere è decisamente più variegata rispetto agli anni ’70, esiste una maggiore visibilità; sono aumentate le giornaliste, le speaker, le inviate nelle zone di guerra, ma le donne ironiche, intelligenti, complete, pur se hanno conquistato maggiore visibilità sono ancora e spesso svalorizzate di fronte ad uomini che occupano sempre, in gran maggioranza, posti di potere, i direttori di rete, di giornale, di talk show sono tutti posti di appannaggio maschile. Ed è ovvio pensare che alla scarsità di visibilità e di presenza coincide una scarsità di opportunità.

Interessante anche scoprire come il linguaggio sia spesso veicolo di uno sbilanciamento nell’identità di genere. “Se annunciamo che tra un po’ arriverà il ministro”, sostiene Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana all’università di Modena, “la nostra mente attenderà l’arrivo di un uomo e non della Ministra Pollastrini”. Dunque anche l’uso improprio della lingua crea emarginazione, il linguaggio veicola il pensiero quindi ha un senso usare la desinenza di genere femminile nelle parole che più comunemente vengono pronunciate solo al maschile.

Pare sia solo una questione di tempo affinché le donne possano accedere con pari opportunità alle posizioni di comando ed autorevoli, secondo Francesca Zajczyk, docente di metodologia e tecniche della ricerca sociale dell’università di Milano. Le donne infatti sono sempre più scolarizzate, nel 2003 il 56% degli iscritti all’università era donna, anche se poi vi sono ancora evidenti disparità di genere quando queste si avvicinano al mondo del lavoro.

Ancora uno sguardo all’Europa e alle ricerche internazionali ci è stato offerto dall’intervento di Loredana Cornero, che si occupa di marketing internazionale alla Rai. La Cornero ha riferito che nel quadro europeo solo Finlandia, Irlanda, e Lettonia hanno o hanno avuto una donna presidente, la Germania una prima ministra, in Olanda e Spagna le donne sono più rappresentate mentre in tutti i paesi sud-orientali sono decisamente meno presenti.

I media poi sono spesso responsabili della disinformazione sul lavoro svolto dalle donne e dagli obiettivi che esse raggiungono; una ricerca condotta sui giovani tra i 14 ed i 18 anni, grandi consumatori di Tv, ha evidenziato che essi ritengono giustificato che le donne guadagnino di meno degli uomini.

Claudia Padovani, docente di Comunicazione dell’università di Padova ha analizzato la presenza delle donne in internet, quante istituzioni hanno Commissioni sulle Pari opportunità, quante e quali sono le associazioni di donne.

E mentre il web si potenzia da una parte – sostiene Marina Pivetta, giornalista RAI – i luoghi istituzionali di produzione della notizia sono ultratradizionalisti e usano schemi ottocenteschi. “Oggi si lavora al desk - riferisce la Pivetta, ed ogni 10-20 secondi c’è un lancio di agenzia, solo tre, quattro lanci si riferiscono a donne e spesso vengono inviate in momenti in cui è difficile inserirle nei palinsesti dei tg o nelle chiusure dei giornali. Per primi gli uffici stampa devono usare il linguaggio di genere, occorre declinare al femminile per permettere il protagonismo delle donne”.

La mattinata è stata chiusa dall’intervento della ministra Barbara Pollastrini che ha iniziato il suo intervento sottolineando come sia importante il coinvolgimento degli uomini in incontri come quello che si stava svolgendo al COMPA, ma ha anche criticato duramente l’organizzazione di un altro convegno che da lì a poco si sarebbe svolto. Questo, intitolato “Etica della comunicazione” vedeva tra i relatori solo uomini, “e se si parla di etica – ha sostenuto la Pollastrini – di certo iniziano male in quel convegno non invitando una rappresentanza femminile”.

Il nostro – continua la Ministra – è un paese nell’insieme bloccato, arretrato, chiuso ai talenti delle donne, come anche a quello dei giovani. Investire sui talenti femminili significa investire su quella parte di società che spinge all’innovazione ed al cambiamento, e la mission per aprire ai talenti femminili è sì politica ma principalmente culturale, quindi occorre anche un giusto linguaggio.

“Siamo il paese dove si fa fatica a misurarsi con l’evoluzione della scienza per migliorare la libertà ed il benessere della salute della donna, per questo dobbiamo combattere, non è solo una battaglia femminile, occorre creare un mondo più giusto, uguale per tutti, un paese fiducioso, che crede nel progresso, e per far questo occorre avere il coraggio di eleggere e scegliere delle elite di donne che ci rappresentino, che si facciano voce della nostra voce.

Per un’Italia che possa credere di più nelle persone, ed in particolare nelle donne, nell’importanza delle differenze di genere mi sto ponendo 3 obbiettivi – continua la ministra – insieme al mio staff di dirigenti. Dapprima sto lavorando sui diritti umani;è impossibile e irrealistico praticare la libertà senza considerare come centrale la libertà ed i diritti umani delle donne.

Stiamo valorizzando l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro; per la prima volta in Italia per ampliare la presenza delle donne nel mercato del lavoro si è introdotto un incentivo fiscale per le aziende che preferiscono l’assunzione di una donna ad una maschile.

I temi dell’inclusione, del riconoscimento dei meriti, della deontologia, per una società sbloccata e regolata che sappia valorizzare i talenti delle donne caratterizzano la mission di Barbara Pollastrini sottolineando la necessità che si abbandonino gli stereotipi di genere quale grande impegno democratico e civile.

Marina Mancini

 

Per gentile concessione del periodico Punto.exe

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