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Saggio storico-critico sulla Négritude di Senghor

Léopold Sédar Senghor, nato a Joal, a 100 Km da Dakar, nel 1906, e morto il 20 dicembre 2001 a Verson (Normandia, Francia) fu Presidente-poeta del Senegal e accademico in Francia . Egli era nato da una ricca famiglia africana e dal 1928 si trasferì in Francia per motivi di studio . Dopo essersi laureato, fondò nel 1934, insieme all’intellettuale antilliano Aimé Césaire, la rivista “L’Etudiant Noir” . Come letterato e poeta, negli anni trenta entrò in contatto con personaggi importanti della cultura europea quali Sartre, Camus e Picasso (di cui fu poi amico) . Nel secondo dopoguerra Senghor divenne uno dei massimi protagonisti del processo di decolonizzazione africano, facendosi portavoce dell’idea della “négritude” come forma di valorizzazione della cultura africana . Prima di soffermarci in modo appropriato su questo movimento letterario, che ebbe appunto come protagonista il Segnhor, seguìto da altri letterati dell’epoca, ci piace dare un accenno a un movimento analogo che lo precedette verso l’anno 1930 . Si tratta del “negrismo”, movimento letterario che si sviluppò a Cuba intorno al poeta afrocubano Nicola Guillén . Ebbe espressione esclusivamente poetica e introdusse nel linguaggio europeo i ritmi e le forme afro-caraibici . Nella letteratura africana designa la concezione dello scrittore camerunese Jean-Marie Abanda Ndengue, espressa nell’opera “Dalla negritudine al negrismo” (1970), che oppone al movimento della négritude, considerato come una posizione statica nei confronti dell’imperialismo politico e culturale europeo, un movimento dinamico, cioè un nuovo umanesimo nato dall’unione della civiltà e della cultura africana con le altre forme di cultura e civiltà . Siffatto movimento si propone di creare, da tali premesse, un nuovo sistema di vita e di rapporti umani . In questa sfera di orientamenti letterari, trova uno spazio, per un accostamento al movimento letterario della négritude, la concezione teorizzata dal camerunese Basile-Juléat Fonda che indica quella filosofia africana il cui scopo sarebbe l’avvento di una nuova personalità nero-africana, armoniosa e organicamente unite da uno sforzo lucido e concorde, aperto all’universalità . Sostanzialmente affine al movimento della négritude, se ne discosta in quanto lo considera originato da un complesso di inferiorità nei confronti dell’uomo bianco e della sua cultura . Ed ora, ci addentriamo nell’analisi del movimento letterario della négritude . una premessa si rende però indispensabile ed è quella di come intendere e valutare la cultura africana . Verso gli anni ‘60, vale a dire gli anni dell’indipendenza politica, i paesi africani iniziano il loro impegno per raggiungere un concreto sviluppo autonomo, sia nel campo dell’economia, sia nell’insieme delle strutture politiche e sociali . Sono momenti difficili ed i problemi si accavallano numerosi l’uno sull’altro . Cominciano ad affiorare alcuni intellettuali, pensatori e scrittori, che si preoccupano di come definire l’identità e la cultura africana, anche e soprattutto per riscattare la visione denigrante che l’Africa ha avuto per tanti secoli, quando buona parte dei territori è stata alla mercè dei popoli stranieri, che hanno occupato intere regioni, come possedimenti coloniali, per lo sfruttamento delle popolazioni e dei giacimenti del sottosuolo . A queste domande ha cercato di rispondere, in una tesi di laurea in filosofia presso l’Università Gregoriana, il padre bianco spagnolo Bartolomé Burgos, che ha voluto esporre brevemente su una rivista le grandi linee della sua ricerca . Egli ha affermato che la cultura africana, oggetto di studio da parte di pochi antropologi, ha assunto un interesse particolare nei primi decenni del secolo XX, quando sono sorti in Africa, o meglio nel mondo nero in generale, dei gruppi di intellettuali che si interrogavano sulla propria identità e sulla cultura del mondo nero . Questa ricerca di autocomprensione fatta da africani stessi ha ispirato, più o meno apertamente, i movimenti e i partiti politici che hanno preparato l’indipendenza degli stati africani ed è andata intensificandosi recentemente in seguito alle crisi radicali che hanno colpito negli ultimi tempi il continente africano . Gli scrittori africani si riferiscono, con frequenza, al modo nel quale i popoli africani sono visti dagli altri popoli e pongono in evidenza le opinioni formulate sui popoli medesimi . Ad una visione idealizzata dell’Africa , come può scaturire dalla corrente della négritude e da buona parte della cosiddetta etnofilosofia, come la tendenza sorta dal libro del P . Tempels . ”La Philosophie Bantoue, si oppone una seconda lettura, in parte autogiustificativa, che scaturisce dalle delusioni e frustrazioni del periodo postindipendentista, che apre una crisi profonda nelle popolazioni, non ancora abituate ad una nuova lettura dell’Africa, perchè tenute per troppo tempo con lo scardinamento sociopolitico ed economico, con l’influenza straniera, con la colonizzazione e con tutti gli abusi che ne derivarono . Gli intellettuali africani che sviluppano l’autocritica non sono ciechi davanti a queste influenze esterne e alle conseguenze che ne sono derivate, ma senza esitazione vogliono sapere perchè furono possibili il commercio degli schiavi e la colonizzazione perchè l’Africa, culla della civiltà-come molti africani e non africani affermano oggi con forza-perde non solo l’iniziativa ma anche la dinamica di base dello sviluppo culturale? Questi scrittori critici sono decisi a considerare il problema come qualcosa di loro proprio e cercano piste e possibili risposte nella psiche tradizionale africana così come si è sviluppata nelle culture tradizionali delle popolazioni nere . Per essi non si tratta di una questione puramente accademica . Al contrario vedono questo problema come la chiave che apre la porta di un futuro più umano e degno per gli africani . La maggior parte dei primi scritti sull’Africa, dai quali la cultura africana ha cominciato ad essere oggettivata, era prodotta da stranieri, spesso vittime di pregiudizi . Ad un certo punto, incominciò a prendere forma la rappresentazione dell’inferiorità nera . Questa rappresentazione andò aumentando e prese stato formale per opera di vedute razziste, largamente motivate da interessi politici ed economici . Si propagò il mito dell’inferiorità della razza nera per giustificare la tratta degli schiavi, che provocò la disintegrazione delle strutture sociopolitiche ed economiche dell’Africa, così come il reale degrado degli stessi schiavi . Tutto questo fornì agli occidentali altri motivi per giustificare la rappresentazione dell’inferiorità della razza nera . Qualcosa di simile si può dire della colonizzazione: lo stato selvaggio della popolazione africana e l’idea che fu adottata per razionalizzare la “mission civilisateur de l’Europe” . E, fino ad un certo punto, anche lo sforzo missionario cristiano si basava su presupposti simili . In questo modo il concetto dell’inferiorità nera viene rinforzato . La filosofia e la scienza della razza costituirono il punto d’appoggio più prestigioso e il veicolo di espressione più pretenzioso della presunta inferiorità dei neri . A questo riguardo gli scrittori africani menzionano frequentemente filosofi come gli scrittori africani menzionano frequentemente filosofi come Hegel, Kant, Hume e Lévy-Brhul . Fra gli scienziati razzisti vengono nominati Virchov e J . A . Gobineau . Si distorse a questo fine la storia dell’Africa: si separava dal secolo VII (Ghana, Mali, Songhai;Kayor;Benin) . L’Africa non aveva storia o, più esattamente, la sua storia era puramente tribale . Gli africani erano ritenuti non dotati di pensiero logico e si affermava addirittura che sul piano biologico il loro cervello presentasse delle deficienze . La rappresentazione razziale dei popoli neri, elaborata da questa teoria, sarebbe morta sul nascere se l’Africa non fosse stata sconfitta dall’Occidente . Purtroppo, negli ultimi quattro secoli, la sconfitta fu totale in tutti i campi: commercio, tecnologia, scienza politica e militare e ha condotto alla colonizzazione e alla dipendenza post-coloniale . Questa sconfitta è stata interpretata come una chiara conferma della presunta inferiorità dei neri . Mediante l’istruzione e l’educazione, che erano nelle mani delle autorità coloniali, il messaggio della superiorità bianca veniva trasmesso, apertamente e in maniera subdola, ed era interiorizzato dall’uomo nero . Come conseguenza, l’azione impressa dall’uomo bianco sviluppò nelle popolazioni africane un profondo complesso di inferiorità, insieme a insicurezza, autodisistima ed aggressività . Questa analisi delle conseguenze della colonizzazione dei territori africani, per quanto spiacevole, ci aiuta a comprendere quale sia stata la reazione dell’uomo nero e l’influenza che il fattore inferiorità ebbe nella definizione dell’identità africana elaborata dalla razza nera . La prima reazione all’umiliante invenzione dell’Africa fatta dagli occidentali, venne da americani e da indo-occidentali di origine africana, nonchè da alcuni africani che vivevano in Europa . Questa reazione fece si che, a poco a poco, si sviluppasse fra gli afro-americani il concetto di “personalità africana” poco dopo sarebbe arrivata la contropartita: la négritude, concetto sviluppato e reso di moda dagli scrittori neri francofoni . La controversia posteriore che scatenò tanto la négritude quanto la cosiddetta etnofilosofia fino a un certo punto è parte dello stesso fenomeno . Sul piano politico e sociale possiamo dire che dapprima il pan-negrismo e poi il pan-africanismo, insieme con i movimenti nazionalisti sostenuti da diverse ideologie, sono pure elementi della complessa reazione alla rappresentazione sociale immaginaria della inferiorità nera inventata dall’Occidente e alla disintegrazione risultante dalla sconfitta totale subìta dall’uomo nero . La prima influenza che la mentalità razzista esercitò sull’idea che l’uomo nero incominciò ad elaborare di se stesso fu il concetto di razza:la razza come un’entità ontologica dotata di qualità specifiche e permanenti, alcune di qualità “superiore”, altre “caricate di pesanti difetti” . La razza nera, secondo questo concetto di razza, era molto bassa nella gerarchia ma avvenne un cambiamento profondo, nel pensiero di E . W . Blyden e più tardi di L . S . Senghor;essi, infatti, accettarono questo concetto “razzista” di razza, ma sostituirono lo schema “superiorità-inferiorità” con quello di “qualità differenti e complementari” . Ogni razza possiede qualità specifiche, permanenti e quasi esclusive . Queste qualità sono complementari . Ogni razza può e deve contribuire, a partire dai suoi propri valori specifici, all’elaborazione di una “civiltà universale” . Ed ora uno sguardo più intenso e panoramico sulla négritude, dopo aver tracciato i preliminari d’obbligo, per introdurci all’essenza di questo movimento letterario, che ha come suo presupposto essenziale la rivendicazione della dignità africana e nera . Il movimento della négritude, e in particolare il suo maggiore esponente Léopold Sédar Senghor, che ha ereditato il concetto di razza, come qualcosa di ontologico da E . W . Blyden, fonda ogni teoria sul principio che la “razza nera è dotata di qualità specifiche che sono inerenti all’essenza africana” . La négritude dipende fortemente dall’idea di Africa formulata dalla antropologia occidentale e dal vitalismo di Bergson . La produzione letteraria della négritude era diretta al pubblico europeo . E, ciò che è più importante ancora, l’obiettivo della négritude come quello della precedente “personalità africana”, era quello di rivendicare lacondizione umana e l’identità degli africani e dei neri in generale . Non era una riflessione indipendente sull’identità africana, ma una reazione all’umiliazione e alla negazione della condizione umana dei neri . Era una reazione di rabbia, un “razzismo antirazzista” come lo definì Sartre, o un “razzismo alla rovescia”, come riconobbe lo stesso Senghor . Gli scrittori della négritude trasmisero una visione idilliaca dell’Africa, del suo passato, così come una versione esaltata dei valori e della cultura africana e delle qualità della sua popolazione . Il movimento della négritude svolse un ruolo importante nella lotta per l’indipendenza e fornì agli africani un sentimento di fierezza, ma ben presto, dopo il periodo dell’indipendenza, incominciò a dimostrare le sue debolezze, che vennero indicate senza troppi riguardi da una nuova classe di intellettuali africani, che chiameremo “intellettuali critici” . Essi denunciarono il concetto statico della cultura africana che presentava la négritude, il suo carattere conservatore, la sua dipendenza da fonti e interessi occidentali . Essi mostrarono la sua radicale insufficienza:le retoriche denunce dell’Occidente distoglievano l’attenzione degli africani dai problemi veramente importanti . Le qualità e i valori che la négritude attribuisce alla gente e alla cultura africana-affermano i filosofi critici-sono precisamente la glorificazione dei difetti che gli occidentali razzisti attribuivano loro . Questa nuova classe di intellettuali propone la razionalità moderna (la filosofia, la scienza e la tecnologia occidentali) come l’unica via al potere e, attraverso il potere, alla dignità . Essi insistono sulla razionalità umana, la razionalità comune a tutti, più che sulla specificità africana . Questo gruppo di intellettuali africani sono ancora una minoranza ma molto significativa . Le sue opinioni sembrano riflettere la mentalità di un numero sempre crescente di africani . La mentalità della négritude può essere ancora rappresentativa della maggioranza degli intellettuali africani, ma va perdendo terreno rapidamente . I sostenitori della négritude e i loro avversari sono coinvolti da quasi tre decenni in un dibattito incandescente sulla natura e l’obiettivo della filosofia africana tradizionale . In maniera diametralmente opposta alla versione glorificata della négritude, gli intellettuali critici vedono la cultura tradizionale africana come il principale fattore responsabile dei problemi dell’Africa, passati e presenti . Il dibattito fra i sostenitori della négritude e i suoi oppositori sembra essere arrivato ad un’impasse:un dialogo fra sordi, fatto di sterili critiche reciproche . Ma sta creando un’acuta coscienza dell’identità africana;un’identità molto più dialettica, dinamica e complessa di quella proposta dalla négritude . Sta portando gli africani a prendere coscienza non solo della disintegrazione della loro stessa esistenza, del loro “essere al mondo” . Questa nuova presa di coscienza richiede soluzioni nuove, sia per la mentalità della négritude che per la mentalità critica:esse devono essere sostituite da atteggiamenti creativi . Ogni africano deve avere la forza di usare la propria mente . Deve abbordare i problemi concreti della vita con determinazione . Deve superare l’eccessiva teorizzazione e le ideologie di violenza, che sono caratteristiche di una mentalità che continua ad essere colonizzata . Una notizia di carattere storico: il congresso pan-africano, riunitosi ad Algeri nel 1969, promosse, già in quell’anno, il superamento della nozione di négritude, nei suoi diversi aspetti, avvertendone la debolezza intrinseca e l’inadeguatezza ad affrontare i problemi del mondo contemporaneo .

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