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Analisi semiotica dello spot
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di Francesco Peluso letto 14784 volte | Condividi
Uno spot sociale come non lo avete mai visto
Di seguito propongo un tentativo di analisi semiotica dell’ultimo spot sociale realizzato da Pubblicità Progresso per la sua ultima campagna, utilizzando i principali concetti del settore.
Nello spot sono rappresentati i momenti chiave della giornata di un uomo colto dalla sindrome di Down. Assistiamo al suo risveglio, alla colazione, al viaggio verso il lavoro ed è in una cooperativa che poi lo vediamo impegnato, così come i suoi compagni, in piccole ma significanti attività. La sintesi della giornata tipo del nostro protagonista è intervallata da alcune inquadrature in primo piano dove c’è la sua presentazione e quella di altri ragazzi Down. Ma ci sono anche inquadrature che lo raffigurano in un campo innevato impegnato nel giocare con un pallone, nel leggere un libro, nel guardare il sole o semplicemente nell’ammirare un treno che passa.
Le tecniche di comunicazione pubblicitaria mostrano qui tutta la loro capacità nell’offrire, in un tempo ridotto, una notevole quantità di informazione e di emozione attraverso l’integrazione di due forme espressive, quella verbale (musica e parole) e quella visiva. Lo spot, in onda sulle principali emittenti televisive italiane dal 10 Marzo 2004, ha una durata di 40 secondi. Ma ricordiamo che è stato tratto (con un abile lavoro di montaggio) dal videoclip di 3 minuti e 30 secondi sempre diretto dal regista Lo Giudice, che ha più volte collaborato con Lucio Dalla. Lo spot è stato girato proprio presso la Cooperativa solidarietà e vede come protagonisti i ragazzi disabili che vi lavorano e vivono. Un ruolo maggiore rispetto agli altri lo ricopre Ciccio (Sergio Borsetti), tanto da esser considerato il vero e proprio testimonial.
Lo spot è composto da 27 inquadrature in rapida successione tra loro, un elemento tipico di quasi ogni commercial al giorno d’oggi e sono caratterizzate dalla quasi staticità della macchina da presa. Quindi assistiamo ad una netta prevalenza del movimento del «profilmico» rispetto al movimento di macchina. Significa che viene riprodotto il movimento registrando ciò che si muove dentro il quadro dell’inquadratura. La profondità di campo di alcune inquadrature è bilanciata dai primi piani e dalle mezze figure con cui sono inquadrati alcuni soggetti. La prima inquadratura (2 secondi circa) si apre con lo schermo nero; successivamente iniziamo ad intravedere una piccola luce ed un uomo (Ciccio) inquadrato di spalle in mezza figura. La telecamera è fissa e capiamo che l’uomo sta aprendo la finestra. Si nota il paesaggio innevato, il cielo nuvoloso ed un sole nascente che indica l’inizio della nuova giornata. Nella seconda inquadratura (1,5 secondi circa) vediamo un treno scorrere sulla sinistra ai bordi di un prato coperto di neve. C’è quindi un leggero spostamento della cinepresa sull’asse, verso sinistra, che ci fa scoprire l’uomo della prima inquadratura mentre osserva un treno in movimento. Nella terza inquadratura (0,8 secondi) abbiamo di nuovo la camera fissa che inquadra Ciccio di spalle davanti allo specchio di un bagno; è in pigiama e sta lavando il suo viso che è riflesso nello specchio. La quarta inquadratura (1,8 secondi circa) ci mostra un contenitore d’acqua in primo piano ed un bicchiere; c’è un movimento sull’asse in verticale, dal basso verso l’alto, che ci fa scoprire di nuovo Ciccio (vestito per uscire) intento nel versare l’acqua. La quinta e sesta inquadratura (in totale 1,7 secondi circa) ci mostrano di nuovo l’uomo sul campo innevato che si toglie il cappello di lana e guarda in lontananza il passaggio di un pulmino ed il sole in parte coperto dalle nuvole. Nella sesta inquadratura ci si avvicina al volto di profilo. Nella settima inquadratura (2 secondi circa), siamo nell’ambiente di lavoro di Ciccio e lo si nota dagli scatoloni e dalle persone, tutte a far qualcosa di manuale. Il protagonista è sulla destra, con il braccio sinistro alzato saluta i compagni di lavoro, si volta e cammina verso la cinepresa. Qui l’operatore con la telecamera a mano, indietreggia leggermente. Nell’ottava e nona inquadratura (in totale 2,7 secondi circa), vediamo dapprima Ciccio in mezzo al solito prato mentre gioca con un pallone, lo calcia e successivamente assistiamo ad un suo primo piano e lui, sorridente, palleggia con i piedi. La decima inquadratura (1,5 secondi circa) ci porta dentro ad un autobus, Ciccio è seduto e guarda fuori dal finestrino illuminato da un raggio di sole. Notiamo la presenza dietro di lui di un’altra persona probabilmente affetta dalla stessa sindrome. L’undicesima e dodicesima inquadratura (in totale 1,8 secondi) ci mostrano l’uomo al lavoro, il suo lavoro; la mano afferra qualcosa e la cinepresa con un movimento verticale ci mostra il suo volto in primo piano. Nella tredicesima inquadratura (0,9 secondi circa) torniamo nel campo innevato e questa volta il testimonial è seduto in terra, appoggiato ad un albero, mentre legge le pagine di un libro. La quattordicesima inquadratura (3,5 secondi), la più lunga di tutte, fa parlare Ciccio che, in primo piano si presenta: «Io mi chiamo Ciccio. E allora?» Nella quindicesima (1,8 secondi circa) con un totale vediamo l’uomo muoversi e ballare vicino all’albero dove prima era seduto. A partire dalla sedicesima inquadratura fino alla ventiduesima (circa 5,3 secondi in totale) non abbiamo più il nostro protagonista ma i suoi compagni, che pronunciano la frase interrogativa: «E allora?». Si tratta di uomini e donne ripresi in primo piano o a mezza figura. Si stacca dalle precedenti la ventiduesima inquadratura che vede protagonista una ragazza, dapprima con gli occhi abbassati e poi rivolti verso la telecamera, che però non parla; lo fa per lei il suo volto ed il suo sorriso. Successivamente abbiamo uno stacco netto su nero e compare in bianco il pay-off della campagna «Se tu potessi sentirti come me, capiresti il bello della vita». A questo punto c’è una dissolvenza e ricompare, nella ventiquattresima inquadratura (1 secondo) Ciccio in primo piano che ride a bocca aperta e sembra divertito. Con un altro stacco abbiamo poi, in alto su sfondo nero, il logo di Pubblicità Progresso e più in basso prima il titolo della canzone «per sempre presente» e poi l’indirizzo e-mail www.eallora.org.
Questa inquadratura è autonoma e ri-semantizza le inquadrature precedenti manifestandole senza possibilità di fraintendimenti come spot sociale. Qui da una dimensione diegetica ci troviamo embrayati ad una dimensione discorsiva extra-diegetica. Praticamente non è più Pubblicità Progresso che ci mostra quelle immagini, ma è lo stesso istituto che ci dice che dietro tutto c’è la sua firma. Una dissolvenza incrociata ci introduce alla ventiseiesima inquadratura (1 secondo), col primo piano di Lucio Dalla, autore della canzone, che pronuncia anch’egli l’interrogativo «E allora?», accompagnato da uno sguardo serio. In sovrimpressione ricompare l’indirizzo e-mail. Un’altra dissolvenza incrociata ci porta in un sipario nero su cui compare maiuscolo, a grandi caratteri con una pulitissima scritta in bianco, il super «E Allora» che chiude lo spot.
È come se si manifestassero due discorsi incassati: un primo discorso inglobato, dato da Ciccio, i suoi sogni, i suoi amici che si presentano ed un secondo discorso inglobante, in cui si svela sia Pubblicità Progresso che Lucio Dalla, anche se il cantautore è presente con la sua musica lungo tutto lo spot.
Da notare l’importanza del montaggio (vera e propria sintassi di uno spot), qui simile ad una griglia in cui si possono collocare, ritrovando ordine, i fotogrammi, accostati secondo regole non cronologiche. Esso fa scattare la nostra comprensione e accende l’interesse per ciò che stiamo guardando. Sicuramente tale spot non si identifica come una storia, che invece è caratterizzata dalla presenza di sequenze di eventi che si sviluppano secondo una logica temporale-causale.
A parte le frasi diegetiche di presentazione dei soggetti dello spot, nel testo manca la dimensione del parlato. Ciò non fa altro che accentuare l’importanza della musica composta appositamente da Lucio Dalla per Pubblicità Progresso. Tale sonoro non è sovrapposto semplicemente alle immagini ma è un principio regolatore dell’organizzazione sincretica. In esso ritroviamo musicata all’inizio anche la frase pronunciata poi dai protagonisti: «Io mi chiamo (...) e allora?». Si tratta di un chiaro esempio di isotopia figurativa, ossia la ridondanza di un seme concreto lungo tutto il testo o lungo una sua parte. Viene anche descritta dalla Pozzato come un filo rosso semantico che percorre un testo garantendone la coerenza. Greimas la definisce come un «insieme ridondante di categorie semantiche, insieme che rende possibile la lettura uniforme». Assistiamo solo ad un leggero crescendo in intensità e tensione, quindi ad un climax espressivo, che si scioglie quando compare nell’ultima inquadratura Lucio Dalla. La musica all’interno dei testi audiovisivi è stata considerata importante da molti autori, tra cui Julien. Ha individuato tre modalità di manifestazione del senso: la musica del prodotto, quindi nel nostro caso del tema, quella del target e la musica del testo, dove l’ispirazione musicale deriva dalla natura del testo pubblicitario. Lo stesso autore ci parla di 5 funzioni che la musica è in grado di svolgere: demarcativa, decorativa, affettiva, poetica e implicativa. Quest’ultima è presente nel nostro spot in quanto rinforza il contatto con lo spettatore e lo concretizza sotto forma musicale, oltre a fornire un impatto nella memoria del destinatario.
A livello narrativo e discorsivo lo spot gioca sulla compresenza di due momenti temporali distinti: la giornata tipo di Ciccio, con tutte le sue attività ed un tempo indefinito, rappresentato da tutti quei momenti di voglia di vivere che vedono l’uomo, immerso nel verde, compiere gesti che dimostrano la sua normalità. Questi momenti richiamano l’idea di un sogno ma non possono esser racchiusi in una sequenza a parte perché queste inquadrature si intervallano con quelle che descrivono il resto della vita di Ciccio. Possiamo anche parlare di un continuo debrayage al tempo del sogno ed un altrettanto continuo embrayage al tempo dell’ora, della realtà. A sua volta questo tempo è debrayato rispetto all’istanza di enunciazione.
Per quanto riguarda il programma narrativo (seguendo il modello attanziale di Greimas) riconosciamo nella figura del Soggetto «il mondo della disabilità» in generale (quindi coloro che si sentono normali anche se dai più non vengono considerati tali). In questo senso Ciccio rappresenta un’unità partitiva in quanto è stato selezionato proprio lui da quella totalità partitiva, rappresentata dalla Cooperativa Solidarietà. Quindi l’attore è qui qualcosa in più del suo ruolo attanziale dato che possiede l’individualità, sancita anche da un nome proprio (ricordiamo che è lui a presentarsi, a dirci il suo nome). Essi sono alla ricerca del loro Oggetto di valore, dato dall’«abbattimento dei pregiudizi». Essendo in presenza di uno spot sociale l’oggetto risulta essere molto astratto, ma ricordiamo che non contano tanto le caratteristiche intrinseche dell’oggetto, quanto la valorizzazioni di cui esso si carica di volta in volta, contestualmente. Il ruolo attanziale del Destinante è ricoperto da Pubblicità Progresso, che ci ricorda la sua firma e presenza nelle ultime inquadrature, dove compare anche il proprio logo. Quest’ultimo è designato a firmare l’annuncio, a comunicare cioè al destinatario chi è il soggetto che si rivolge a lui con questo testo pubblicitario. È proprio a partire dall’idea di tale istituto che vengono rese salienti le tematiche dell’abbattimento del pregiudizio, del lavoro per tutti e del rispetto per ogni vita umana. Per quanto riguarda il ruolo del Destinatario è implicito che sia ricoperto dall’ampio target a cui si riferisce lo spot sociale, quindi in generale a tutta la popolazione italiana. Il ruolo di attore che svolge la funzione di Adiuvante è invece ricoperto da Lucio Dalla; è presente sia con la sua canzone che con l’apparizione alla fine dello spot, dove ripete anch’egli il claim «E allora?». Invece il ruolo di Oppositore implicitamente è ricoperto da coloro che hanno ancora dei pregiudizi nei confronti dei disabili.
Per quanto riguarda il piano dell’articolazione modale il soggetto è modalizzato secondo il «voler fare» ed il «poter fare»; infatti la ripetizione dell’interrogativo «E allora?», la fermezza con cui esso viene pronunciato, gli sguardi in camera, tutto fa pensare che siano proprio queste le modalità con cui il soggetto viene reso competente. Anche l’adiuvante sembra essere modalizzato secondo il «voler fare» e lo dimostra il fatto che con uno sguardo serio si rivolge al pubblico e pronuncia l’ennesimo «E allora?», in un tono ai confini tra l’imperativo e l’interrogativo.
A livello semionarrativo profondo quindi si può rintracciare una contrapposizione tra «Presente» e «Futuro». Un presente caratterizzato dal lavoro, dalle amicizie, dalle routine giornaliere ed un futuro legato al sogno, alla speranza di una maggiore libertà, di un maggiore apprezzamento, di una vita senza pregiudizi. «Tutti facciamo tutto e se tu che mi credi diverso potessi sentirti bene, felice, come me, lo capiresti», è il messaggio che si vuol lanciare. Ma questo futuro ancora non c’è ed è per questo che Pubblicità Progresso ha deciso di intervenire con lo spot sociale; ed è per questo che possiamo parlare di un programma narrativo virtualizzato, attualizzato, ma non ancora realizzato. Il quadrato semiotico, ideato da Greimas è una struttura che consente di articolare, sulla base di una serie di rapporti diversi (opposizione e implicazione), qualsiasi processo di significazione che prenderà successivamente forma nelle strutture discorsive. Viene visto come la rappresentazione visiva dell’articolazione logica di una categoria semantica qualsiasi. I vertici superiori sono legati dalla relazione di contrarietà (quelli inferiori invece da relazioni di sub-contrarietà), le diagonali tra vertici opposti da relazioni di contraddittorietà, i vertici non opposti da relazioni di complementarietà. Questa struttura profonda è incaricata di fornire la base logico-semantica alle successive operazioni propriamente narrative.
Presente Futuro
Non futuro Non presente
livello semionarrativo profondo dello spot «E allora?».
peloadv@hotmail.it
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| Francesco Peluso dice: |
21/12/2006 17.34.27 |
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| Spunto per Analisi Semiotica |
| Ho pubblicato questo post molto tempo fa. Ora vorrei sapere se a qualcuno, a parte quelli che mi hanno gentilmente scritto, è stato di aiuto per realizzare qualche analisi semiotica, non per forza in campo sociale.
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| g.falcioni risponde: |
25/12/2006 16.22.04 |
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Non ho studiato semiotica, ma ho letto altre analisi e devo dire, da profano, che è ben fatta, per quel che posso capirne io. Sicuramente molti studenti e professionisti ne avranno tratto profitto, dato anche l’alto numero di lettori di questo articolo. Avevo scritto, a suo tempo, un commento, che ho auto-censurato, poiché non trattava dell’analisi ma del contenuto dello spot e della disabilità; mi permetto di farlo ora. All’autore, Francesco Peluso, secondo me, interessava analizzare semioticamente uno spot diverso dal solito, non finalizzato alla vendita di un prodotto ma alla persuasione, anche un po’ provocatoria, diretta ad abbattere la barriera del pregiudizio, il quale, spesso, è frutto di un impulso accettato e vissuto scavalcando, ignorando, gli interrogativi che la ragione e l’osservazione riflessiva porrebbero. Il pregiudizio, per sua natura, è viscerale, ma proprio per questo genuino, umano, frequente, costante, emergente, universale, eterno, tale da meritare anch’esso un’analisi attenta, che non si limiti a liquidarlo come razzista, nazista; anche perché, alla fine, lo troveremo sempre di torno; latente ma vivo. Da questo punto di vista, la campagna TV può poco o nulla per correggere il pregiudizio che, probabilmente, la specie umana porterà sempre con se, fino all’estinzione. Lo spot e i suoi creatori hanno fatto tutto quello che potevano, ma il pregiudizio ha armi di distruzione di massa. Infatti, chi lo ricorda più? Anche la musica di Dalla (ottima la scelta di quest’artista per lo spot) è caduta nel dimenticatoio. Tuttora presenti, invece, sono gli attentati terroristici, in ogni parte del mondo, le persecuzioni ecc. tutti figli del pregiudizio. Ciò che, invece, difende dal pregiudizio (e dalle violenze) i disabili, sono le comunità studiate per loro, le cooperative da loro tenute in vita, insieme ai volontari ed agli operatori specializzati. Per qualche decennio, infatti, si è ritenuto di dover inserire nelle scuole e nel lavoro i disabili, pensando che facesse loro bene. Ma si è trattato di un pregiudizio ideologico, questa volta: l’eguaglianza a tutti i costi. Io stesso, come impiegato in una grande industria, ho visto il susseguirsi di disabili in vari reparti, fino alla loro scomparsa. E’ balzato alla cronaca l’episodio di violenza contro lo studente down, ma ce ne sono tanti altri, la quasi totalità, che rimangono nascosti. Il mio punto di vista è che si può dare un’istruzione più efficace, maggiore benessere ed armonia, ospitando i disabili in classi speciali, con insegnanti specializzati e strutture, attrezzature, sussidi appositamente studiati. A questo punto, dei pregiudizi, poco importa; rimarranno all’esterno delle strutture assistenziali, non in grado di nuocere. I disabili, stando fra loro, non soffrono dei confronti che loro stessi fanno con chi non è affetto dalla loro malattia, vivono meglio, in un mondo a loro dedicato, nella loro dimensione. Sono i sani, affetti da ideologie egualitarie, oltre ogni limite, che vogliono portare il mondo al livello del malato, magari azzoppando i sani: >> Per quanto riguarda il programma narrativo (seguendo il modello attanziale di Greimas) riconosciamo nella figura del Soggetto «il mondo della disabilità» in generale (quindi coloro che si sentono normali anche se dai più non vengono considerati tali).>> E ancora: >> «Tutti facciamo tutto e se tu che mi credi diverso potessi sentirti bene, felice, come me, lo capiresti» << Quest’ultima è una tipica frase messa in bocca al disabile, che lui non direbbe mai, ma serve a chi si occupa di disabilità, dovendo sopportare quotidianamente il peso dell’assistenza (lo so, dicono di essere felici, ma non ci credo –esiste anche la sindrome del “burn-out”- che colpisce proprio chi si occupa dei malati, ad ogni livello), la carenza di mezzi e l’emarginazione che accompagna non solo i disabili, ma chi si prodiga per loro. Tutti gli spot hanno qualcosa di profondamente falso ed artificale, la gente ne è cosciente. Più il semiota studia mezzi efficaci per comunicare, saltando le barriere della coscienza, più il telespettatore li imprigiona nella melassa dell’indifferenza. Solo entrando in casa, incappucciati, con il mitra in una mano e nell’altra il prodotto sul quale si vuole attrarre l’attenzione, i pubblicitari riuscirebbero a svegliare, momentaneamente, il consumatore dal torpore nel quale è immerso. Qualcosa di analogo succede con lo spam: più intensi sono gli attacchi, più i titolari di account li ignorano, precipitandoli nel cestino, aiutati dai programmi anti-spam, fino a decidere di chiudere la casella postale per eccesso di immondizia recapitata. Anche i virus si comportano allo stesso modo: più efficaci sono i vaccini, più resistenti diventano i micro-organismi sopravvissuti. Alla fine le cose non cambiano, perché può essere venduta solo la merce che gli acquirenti riescono a consumare, ed il potere di acquisto, periodicamente in caduta, è un limite invalicabile. La semiotica, come tutte le analisi che tendono a perdere il contatto con la realtà, lievita, si nutre di se stessa, al punto che qualunque interpretazione sembra plausibile. Si possono fare analisi di 1000, 2000, 4000 parole, a piacere, allungare o restringere; altra cosa dalle formule matematiche, che sintetizzano una funzione, determinandola in toto. Hanno la stessa affidabilità degli oroscopi. Dei segni era già stato detto tutto in psicologia, in medicina, con la prossemica, le posture, il linguaggio non verbale, le tracce che la malattia lascia sul corpo e la mente dei malati. Nulla di più ha aggiunto la semiotica degli ultimi decenni, se non parcellizzando ciò che era unito e chiamandolo in modo diverso. Nessun reale aumento di conoscenza, c’è stato, solo speculazione (cattedre in più, professori, in più, professionisti in più, con aumento dei costi, ecc.). Eppure l’uomo comunica coi suoi simili da migliaia di anni, senza bisogno di tecnica alcuna, riuscendo a capire quando l’interlocutore bara, per un insieme di dettagli che determinano un “insight”, una sorta di intuizione istantanea, che nessuna analisi riuscirebbe a descrivere. Ci sarebbe da chiedersi, infatti, come grandi registi, pittori, siano riusciti a costruire i loro capolavori senza conoscere la semiotica. Paradossalmente, le loro opere sono ora oggetto di studio da parte dei semiologi, i quali, con sofisticate analisi, alla fine riescono a spiegare ciò che appare evidente. Su RAI 3, vidi, tempo fa, una serie di trasmissioni dedicate a Pasolini, il quale spiegava, rivisitando i luoghi dei suoi film, non proprio la sua tecnica di regia, quanto il suo modo di vedere il mondo, la sua verità. Pur essendo un letterato assai colto, il suo linguaggio era di una semplicità straordinaria, ma con alti contenuti di insegnamento e di esperienza. La vera cultura di un uomo sta nella sua capacità di trasmettere a tutti le sue conoscenze. Una cultura tesaurizzata è sterile e chi la possiede, un meschino. A me lo spot non è piaciuto, i down non si comportano così, sono stati usati ideologicamente. La fame si combatte pianificando le nascite, rapportandole alle risorse del territorio (quindi non con i messaggi papali né con le analisi marxiste); analogamente, la lotta alle malformazioni genetiche si fa con la prevenzione: superata una certa età, i genitori devono affidarsi alla fecondazione assistita, scegliendo embrioni sani, o interrompendo la gravidanza fin dalle prime settimane. Se fossi stato io, quel down, guardandomi allo specchio: “Io sono Falcioni Giovanni… e allora?” “E allora sarebbe stato meglio che non fossi nato”. Ma non avrei avuto la consapevolezza per pensarlo. Forse in questo consiste la felicità cui accenna lo spot.
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| Francesco Peluso risponde: |
06/01/2007 13.47.18 |
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Caro G. Falcioni penso proprio che il suo intervento sarebbe dovuto terminare alla quarta riga. Ci sono altri sedi per parlare di disabilità e di questioni morali. La mia tesi di laurea, da cui ho estrapolato il post, ne parlava ma il mio intento in comunitazione era solo quello di fornire una analisi semiotica. Punto. E credo che lei non conosca a fondo la materia. Offende un intero settore non avendo mai studiato semiotica? Prima di criticare si documenti bene. Non riesco neanche ad accettare la sua considerazione sui diversamente abili. Come fa a generalizzare in questo modo brutale, come fa a dire che è sbagliata l'uguaglianza e che servirebbero classi speciali...vuole un ghetto per caso? E poi parla di "peso dell'assistenza", ma lo sa che ci sono persone che hanno un cuore più grande del nostro e fanno della solidarietà la loro ragione di vita? Generalizzare per me è sinonimo di banalizzare mio caro Falcioni, la invito a ponderare i suoi frequenti (e spesso criticati) post su altri argomenti. |
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