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Aspetti semiotici, sociologici e culturologici della pubblicità
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di Ilaria Di Russo letto 17269 volte | Condividi
2.3 Hebdige: cose e consumi
2.3 Hebdige: cose e consumi
Nell’opera di Dick Hebdige dal titolo in italiano “La lambretta e il videoclip”19 vengono esplorati l’invenzione ed il consumo di miti ed oggetti di moda dal secondo dopoguerra sino ad oggi.
Ritornano periodicamente in queste pagine alcuni problemi concernenti da un lato il rapporto fra consumo, cultura e design, fra Pop, cultura popolare e postmoderno, e dall’altro lato fra la crisi della critica radicale e i limiti della conoscenza generale.
E’ ricorrente in questo libro anche il riferimento alle sottoculture, agli oggetti della cultura popolare e alla moda e alla pubblicità. Hebdige ci mostra come da una parte ci sia la donna che è influenzata dalla pubblicità ad acquistare alcuni prodotti, mentre dall’altra parte la stessa pubblicità si riempie di oggetti “sessualizzati”, la cui natura è determinata dal tipo di pubblico al quale si rivolgono. Scrive l’autore:
“Lo sviluppo della moderna industria pubblicitaria è spesso associato all’accresciuto potere d’acquisto del consumatore femminile o al crescente influsso esercitato dalle donne sulla spesa del nucleo familiare”.(Hendige, 1991: p.91)
Da questa affermazione, come si accennava in precedenza, Hebdige continua col dire che la sessualizzazione dell’oggetto è il primo passo della sua discesa dal “paradiso di Metropolis” al posto “destinato” nell’ordine esistente (vale a dire caduco e imperfetto) delle cose. Nelle società industriali avanzate, la trasposizione delle caratteristiche di genere sessuale in oggetti inanimati è segnata in modo peculiare. Tipicamente le qualità e lo status attribuiti al genere sessuale dell’utente ideale vengono trasferiti all’oggetto stesso. Proprio per questo motivo di “riconoscibilità” ed “assegnazione” dell’oggetto ad un particolare e preciso tipo di utenti, la sessualizzazione del prodotto è divenuta una delle tecniche principali della pubblicità, come ci suggerisce Hebdige, infatti, gli annunci pubblicitari sono decisivi per la definizione delle differenze sessuali. Talvolta l’oggetto è scisso, duplicemente, nei due aspetti opposti, quelli maschili e quelli femminili. Maschili sono gli aspetti funzionali, rigorosi, utili; femminili sono gli aspetti decorativi, piacevoli, gratificanti. La distinzione corrisponde alla separazione di funzioni progettuali: maschile è la funzione ingegneristica, femminile quella di styling. I rapporti di dominio e subordinazione inscritti nella divisione sessuale del lavoro vengono trasposti in modo tale che la funzione ingegneristica sia percepita come superiore e necessaria (maschile/produttivo), la funzione di styling come subordinata e superflua (femminile/improduttivo). Dunque il consumismo ha prodotto nuove esigenze e nuove categorie, in effetti la diffusione del consumismo s’intende riferita alla sostanziale ingenuità e imprevidenza femminile.
L’indicazione della deferenza sessuale si muove lungo una catena che corre incessantemente: uomo/donna: lavoro/piacere: produzione/consumo: funzione/forma, ecc. La caratterizzazione e le priorità del “maschile” e del “femminile” sono state istituzionalizzate a livello pedagogico nella distinzione fra soggetti “morbidi” e “duri”: l’ingegneria è inserita nelle facoltà universitarie come disciplina scientifica, mentre la moda , e la storia della moda, doppiamente subordinata – è soltanto un’ “arte applicata” – ed è eminentemente superflua.
Un esempio della manipolazione pubblicitaria dell’immagine di un oggetto al fine di renderlo facilmente identificabile con una certa categoria di consumatori (ciò che Hebdige chiama “identità di prodotto”) è rappresentato dal caso dello scooter dal nome Lambretta della casa produttrice Innocenti. Quando l’Innocenti iniziò le esportazioni della Lambretta a New York nei primi anni Sessanta, gli scooter vennero messi in mostra (e talvolta venduti ) non in saloni per auto o motocicli, bensì in esclusivi negozi di moda femminili. Furono visti come un ottimo addobbo per le vetrine, e considerati, più come mezzo di trasporto, come lussuosi accessori di metallo, come gioielli su due ruote. Lo scooter è individuato (insieme a “concorsi di bellezza e film”) come catalizzatore nell’“emancipazione” della nuova donna italiana (“il motor scooter le ha dato nuovi orizzonti”). E’ considerato inoltre diretto responsabile dei cambiamenti successivi nella moda femminile italiana dalla guerra in poi. Un altro esempio di come un’immagine parla dell’oggetto che vuole descrivere è quello dell’automobile francese Citroёn DS 19 (abbreviazione di Diffusion Special) che, non a caso, nella lingua francese si pronuncia Déesse (divinità femminile, Dea).
Hebdige sostiene che, se fosse stato un ingegnere o un piazzista che agognasse il possesso di un’automobile in grado di impressionare i potenziali clienti, allora il problema sarebbe stato concepito diversamente e diversamente esposto. Se avesse condiviso l’interesse per la meccanica e per il progresso (meccanica come metafora del progresso) che senza dubbio nutriva l’ammirata reazione di molti dei supplici che sfilavano per lo stand Citroёn nel 1955 e desideravano, anch’essi, possedere la Dea, allora, certamente, noi pure saremmo stati di fronte ad un oggetto diverso, a una diversa alienazione. Perché, come scrive l’autore:
“…lungi dall’essere silenziose, il numero delle voci che parlano attraverso e in vece delle cose mute è sterminato. L’enigma dell’oggetto non è tanto nel suo silenzio, nella sua supposta esistenza, quanto piuttosto nel brusìo che cresce intorno ad esso”. (Idem: p.83)
Analizzando il ruolo delle donne all’interno della società, Hebdige traccia con fermezza un resoconto di ciò che erano prima degli anni Cinquanta e Sessanta e quello che le donne sarebbero diventate negli anni Settanta ed Ottanta, nel momento in cui le ragazze sono state fino a poco tempo fa relegate in posizione d’interesse secondario sia nei resoconti sociologici della sottocultura sia negli studi fotografici della gioventù urbana. Il pregiudizio maschilista è tuttora presente nelle sottoculture stesse. Soggette a più stretti controlli familiari dei ragazzi, immobilizzate fra le doppie stimmate di essere considerate “frigide” o “scarti”, le ragazze nelle sottoculture, in specie nella sottocultura operaia, sono state tradizionalmente ridotte al silenzio o ricostruite nell’immagine dei ragazzi come surrogati… Quella tradizione è stata infranta, o almeno riformata, dal punk e dal postpunk, in cui le ragazze hanno iniziato a divertirsi fra loro in pubblico: parodiando la convenzionale iconografia della perduta femminilità – la vamp, la sgualdrina, la derelitta, la maitresse sadica, la vittima incatenata. Quelle ragazze interrompono il flusso delle immagini. Rievocano immagini di donne come icone, donne come le Furie della mitologia classica. Rendono inconsueta la matrice sadomaso. Rasentano il tema voyeuristico, civettano con la curiosità maschile ma rifiutano la sottomissione agli sguardi autoritari. A conferma di questo cambiamento sociale presente anche nelle sottoculture, l’autore cita una famosa canzone del gruppo musicale Talking Heads dal titolo “Road to Nowhere” composta nel 1984 e accompagnata da un video musicale, concludendo che, alquanto distante dall’affermazione della gente comune, del riso rispetto alla paura, della specie rispetto all’esistenza individuale, della vita rispetto ad ogni genere di “corso fatale”, Road to Nowhere si presenta (fra l’altro) come allegoria affermativa della “perdita del dominio (maschilista)”. Ciò significa che la detronizzazione non può essere contrastata, o respinta, ma solo accettata e ben accolta. Anziché vedersi offrire la morte dei soggetti e degli autori, la fine del Grande Rifiuto, il declino del vecchio potere della critica penetrante e della totalizzazione, ci viene offerta invece la nascita di qualcosa di nuovo e migliore – almeno di qualcosa di più brillante e fresco di noi stessi. Ci viene offerto qualcosa di più lieve e vivibile: un mondo in cui crescere, da cui farsi educare, un mondo in cui e per cui gli uomini (ancora una volta il genere sessuale è marcato) possano almeno iniziare ad assumere responsabilità senza sentirsi responsabili per l’intero Ordine Simbolico. Il momento in cui la corona di cartone colpisce la testa dell’uomo e cade a terra è teso a provocare riso e non angoscia, sollievo e non disperazione. L’autore dice a proposito della visione delle ultime scene di questo videoclip: “Io ho riso comunque. Ho provato sollievo.”[Idem: p.256)
8 G. Dyer, Advertising as Communication, Routledge, London and New York, 1982.
9 Per una discussione più approfondita sulla sociosemiotica, sono interessanti il primo ed il secondo capitolo del testo: G. Marrone, Corpi sociali. Processi comunicativi e semiotica del testo, Einaudi, Torino, 2001.
10 Martineau è il padre fondatore degli studi sulla motivazione in pubblicità. Uno dei suoi testi più interessanti è: P.Martineau, Motivazioni e pubblicità, ETAS Kompass, 1964.
11 (Cfr. S. Traini,Corso di semiotica, dispense a.a.2000-2001,Università di Teramo,2001.)
12 A tal proposito si veda: F. Marciani e A. Zinna, Elementi di semiotica generativa, Esculapio, Bologna, 1991.
13 J. M. Floch, Semiotica, marketing e comunicazione. Dietro i segni le strategie, FrancoAngeli, Milano, 1992.
14 Sui prodotti come segno si può consultare: E.Dichter, Gli oggetti ci comprano, Ferro Edizioni, 1967.
15 R. Barthes, Mythologies, Éditions du Seuil, Paris, 1957(tra.it. Miti d’oggi, Torino, 1994).
16 D. Kellner, Media Culture, Routledge, New York, 1994.
17 Molte analisi sui testi di Barthes si possono trovare in: P.Fabbri e I. Pezzini( a c. di), Mitologie di Roland Barthes, Pratiche Editrice, Parma, 1986, che contiene inoltre un intervento interessante di Umberto Eco su Roland Barthes fatto al convegno di Reggio Emilia del 13-14 aprile 1984.
18 J. Baudrillard, Il sogno della merce, Lupetti & Co., Milano, 1987.
19 D. Hebdige, Hiding in the Light. On Images and Things, Commedia/Routledge, London, 1988 ( tra.it. La lambretta e il videoclip, E.D.T., Torino, 1991).
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| Silvia dice: |
18/05/2005 15.38.34 |
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| A proposito di semiologia |
Non sulla pubblicità ma sulla comunicazione su Internet, vi segnalo l'ottimo sito www.netsemiology.com
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| giovanni falcioni dice: |
07/05/2005 14.30.43 |
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| La massima di Bill Bernbach: |
"Fare pubblicità ad un prodotto scadente serve solo a farlo fallire più in fretta", è quasi una legge di fisica, applicabile anche ai rapporti interpersonali. E’ noto come fidanzamenti pluriennali capitolino dopo pochi mesi di matrimonio: la convivenza stretta (conoscenza reale del “prodotto”) fa emergere comportamenti prima sconosciuti. Non sempre, tuttavia, il prodotto appare subito per quel che è: può passare molto tempo e la pubblicità può ritardare questa conoscenza, ed indurre i consumatori a comportamenti pericolosi per la loro salute. Si usa dire che, anche dopo anni, non si conosca mai a fondo una persona: coppie di coniugi si separano alle soglie della vecchiaia, magari quando il marito, finalmente pensionato, pretende di spadroneggiare per casa. Specialmente per quei prodotti che secondano alcuni vizi capitali: la gola, la lussuria, l’accidia, ecc. la pessima qualità del prodotto non segue la legge di Bernbach: l’alcoolista, ridotto in miseria, finisce per bere alcol denaturato; il fumatore incallito continua nel suo vizio; fuma anche dopo la diagnosi di tumore ai polmoni. Le frasi terrorizzanti scritte sul pacchetto di sigarette hanno effetto quasi nullo. Il potenziale bulimico trova nella pubblicità delle patatine chips, degli hamburgher, della birra ecc. la sua bibbia. La pubblicità di un prodotto, quindi, non è mai solo pubblicità; il suo successo nella vendita può diventare una maledizione per il benessere o la sicurezza sociale. Molte pubblicità di grande seguito, secondano o giustificano, talvolta, comportamenti deteriori. Un esempio lo troviamo negli spot per le auto. Ad es, ricorderete uno spot della Fiat: un automobilista, con una Fiat nuova fiammante è fermo al semaforo. Scatta il verde e, riavviando la vettura, fa cadere il ciclista che aveva “osato” poggiare una mano sulla carrozzeria, per tenersi in equilibrio. Si arriva a celebrare l’idolatria per un oggetto, ed il disprezzo della solidarietà umana. Visto che il pubblicitario ha eletto la semiotica a dea della conoscenza, quel “segno” suggerito dalla pubblicità, farà danni ben oltre la situazione suggerita dallo spot. Quasi tutta la pubblicità sulle auto seconda i comportamenti più deteriori: vanagloria (l’auto come segno di prestigio), la conquista di una libertà proibita -la velocità-, false informazioni ed ipocrisia, come nel caso dell’automobilista che frena per far passare un baco. Anche senza aver studiato semiologia (che sta alla psicologia come la bancarella di un abusivo al “megastore”) si capisce benissimo che il “verme” verso il quale si è avuta pietà, è, simbolicamente, il pedone, che ostacola l’avanzamento del “pene cerebrale” dell’automobilista. In altri casi l’auto è mostrata come sostituto del ventre materno, come negli spot diretti, ad es. ad un pubblico femminile: la piccola auto, sicura, con manutenzione ridottissima, per non avere a che fare con rapaci meccanici, rapinatori a “chiave armata” (sacrosanta verità, questa volta) mostrata come involucro di protezione. Disinformazione, ancora, quando si mostra il veicolo di lusso che attraversa spazi sconfinati di bellezze naturali, quando si sa benissimo che l’auto verrà usata nel traffico cittadino, alla lentezza di marcia di un pedone. La “pubblicità progresso” è spesso usata per fini ideologici (lo spot sui disabili “e allora?” con Lucio Dalla: devono venire alla luce anche feti malformati). La pubblicità progresso ha effetti modesti: poche centinaia di spot sui comportamenti civili da tenere, contro milioni di altri diseducativi.
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| Emanuele De Candia risponde: |
22/09/2005 10.54.05 |
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| per favore non decantiamo mostri |
| siccome non ti avevo letto.."la semiologia stà alla psicologia..ecc ecc" ..almeno risparmia di fare delle analisi che hanno dell'ancestrale,e lascia inconsiderata la semiotica,che la semiologia non esiste da trentanni quasi...informati se vuoi fare questi grandi discorsi sulle scienze del linguaggio. |
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| Giovanni Falcioni dice: |
20/04/2005 0.19.46 |
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| La parabola della pubblicità |
>Lo sviluppo della moderna industria pubblicitaria è spesso associato all’accresciuto potere d’acquisto del consumatore<
In questa affermazione di Hebdige, c’è tutta la parabola pubblicitaria: il suo inizio e la sua probabile fine. Il progressivo calo del potere di acquisto del consumatore, farà zittire gli slogan più imbecilli, riconducendolo alla sua natura di creatura pensante, dotata di intelligenza e capacità di scelta, non più automa telecomandato. Il prodotto è indispensabile, talvolta, la pubblicità no, se ne può fare a meno, il consumo rimane comunque. La pubblicità serve per far vendere un prodotto piuttosto che un altro, a prezzo più alto e non sempre di qualità migliore. Per l’inciso, la Lambretta nasce come mezzo economico, essenziale, di uso quotidiano, specialmente per l’operaio (più spesso per l’impiegato) che ha scarsa disponibilità di soldi, con i quali, già l’acquisto di una Lambretta è conquista agognata. Prima di essa c’era la bicicletta (si ricordi il film neorealista di De Sica: “Ladri di biciclette” 1948), bene prezioso nel dopoguerra, che tornerà (credetemi, tornerà). Prima ancora della Lambretta c’era il “mosquito” (Garelli 38-49 cc, circa 70 km con un litro di miscela) sorta di ciclomotore ricavato dalla bici, montando su di essa un piccolo motore a scoppio, per farla andare più veloce, senza faticare. Fuori da questo uso la Lambretta perde ogni significato e sta bene in vetrina con diamanti al posto delle borchie, come trionfo del cattivo gusto, che si merita chi l’acquista. L’analisi di Hebdige riassume, a grandi linee, tutta le idee sciocche e vacue prodotte dalla pubblicità nell’ultimo mezzo secolo, la quale è ben lontana dal valorizzare le qualità umane. Al contrario, studia dell’uomo tutte le debolezze per vendere, per far ruotare il volano del consumismo sempre più velocemente, e più veloce gira più s’accelera la fine dei consumi. Hebdige vede l’evoluzione della società attraverso l’evoluzione dei consumi. Il sesso, poi, possiamo rigirarcelo come ci pare sta bene dappertutto, per spiegare tutto. Termina il suo libro proponendo la canzone dei Talking Heads: “Road to Nowhere” come via di uscita ai mali prodotti in passato dal maschilismo. Ma si sa che le canzoni sono sogni, buone intenzioni, a volte proteste. La Storia dimostra, invece, incredibili ritorni al passato. Lo sviluppo economico, ininterrotto da oltre mezzo secolo, almeno in occidente, è stato garanzia di quelle conquiste civili (tolti i comportamenti cretini citati dallo stesso Hebdige). Sarà possibile mantenerlo in futuro? Perché, secondo me, la chiave di tutto sta proprio nell’economia, non nelle ideologie, non nella politica, non nella religione, sostenibili grazie al denaro, surplus di ricchezza che ha sottratto alcuni eletti dalla fatica del lavoro. Rileggendo la storia in chiave economica, possiamo accorgerci come la liberazione dell’uomo dal duro lavoro, dalle malattie, dalla morte precoce, e, successivamente, l’affermarsi della donna, paritariamente, furono il risultato del progresso economico, conseguente allo sviluppo della scienza e della tecnologia.
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| Luca Oliverio risponde: |
20/04/2005 10.53.42 |
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| è una tua convinzione |
"La pubblicità serve per far vendere un prodotto piuttosto che un altro, a prezzo più alto e non sempre di qualità migliore."
è una tua convinzione. Che non condivido e che ho spesso cercato di dimostrartene l'infondatezza.
ci riprovo: la pubblicità ha diversi obiettivi (troppo spicciolo quello che gli affidi tu). A dimostrazione dell'infondatezza della tua descrizione, ti cito da Kenneth Roman (grande pubblicitario), in una traduzione di Livraghi (immenso uomo di cultura e aziendale) "Fare pubblicità a un prodotto scadente", diceva Bill Bernbach, "serve solo a farlo fallire più in fretta".
Come vedi TRE grandissimi pubblicitari dicono qualcosa. Se lo dicono lo mettono in pratica.
ti passo anche il link http://da gandalf.it
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| giovanni falcioni risponde: |
20/04/2005 23.05.05 |
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| conosco quella citazione |
e la condivido.
Grazie per la segnalazione, Luca, leggerò l'articolo da te segnalato sul sito: www.gandalf.it/m/roman1.htm
Ciao Giovanni |
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| giovanni falcioni risponde: |
22/04/2005 3.11.36 |
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| vasto ed interessante questo sito: www.gandalf.it |
con innumerevoli collegamenti, ben fatti. C'è da leggere moltissimo. Grazie, Luca.
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| Emanuele De Candia risponde: |
22/09/2005 10.34.10 |
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| usciamo dall' ontologia pubblicitaria |
Ricordo che non si può fare un discorso sulla "pubblicità",o meglio lo si può fare ma non se ne cava niente,perchè solo ideologia è un discorso sul "cosa"..può essere valoraizzazione,persuasione,modalità di scambio,quasi tutto ciò che interfaccia due aspetti generalissimi dell' economia e della cultura sociale. Aspetti generalissimi non hanno quasi mai alcun contenuto informativo che non sia il già detto,ogniuno sostiene un già sentito. Vi consiglio se qualcuno ne avesse voglia di leggere il nuovo libro di G.Ambrosio, Le nuove terre della pubblicità,semplice ma molto focalizzato nelle nuove tendenze del consumo e nelle nuove missioni che la pubblicità dovrà affrontare. P&G,più grande investitore mondiale ha diminuito il 15% degli investimenti tradizionali perchè la pubblicità come è stata sempre definita e operativamente usata non ha più senso di esistere,quantomeno in termini di ottimizazione dell' asimetria informativa,primo valore della comunicazione. Emanuele |
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| Massimo Giuliano dice: |
12/04/2005 14.32.57 |
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| Grande Hebdige! |
| "La lambretta e il videoclip" mi è stato utilissimo quando ho dovuto lavorare, ormai quasi un anno fa, alla mia tesi! Complimenti ad Ilaria (vedo che sei neolaureata) e soprattutto viva l'Abruzzo, visto che sei abruzzese come me! ;-D
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| Ilaria Di Russo risponde: |
01/06/2005 23.44.33 |
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| Grazie! |
| Ti ringrazio x i complimenti! E' vero, il libro di questo autore è ricco di spunti, pensa che l'ho consigliato anche a una studentessa che farà una Tesi sulla moda! |
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