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[IDEE-IN] La RETE che si cambia con noi
Andrey Golub
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di Andrey Golub letto 3329 volte | Condividi

Michele Costabile ed il suo passaggio da COBOL al Social Networking
[IDEE-IN] La RETE che si cambia con noi

Come si cambia la RETE, e il tuo percorso lungo da COBOL al Social Networking.

Michele Costabile è un veterano della rete, che ha avuto il suo primo indirizzo di posta elettronica nel 1985, quando è entrato nei laboratori Olivetti di Trezzano. Nel 1995 divenne “un di quei due che la gran torre accese” collaborando alla creazione dell’infrastruttura software di Italia Online, il primo provider di accesso Internet di massa. Il computer gli è sempre servito da strumento di comunicazione oltre che da hobby/lavoro.

Come è iniziata la tua esperienza con la RETE?

Negli anni ’80 ero nei laboratori Olivetti di Trezzano sul Naviglio, mi occupavo del compilatore COBOL per i minicomputer che si vendevano come sistemi dipartimentali per le banche. Era molto entusiasmante: abbiamo avuto il compito di rifare il supporto run time per Unix, 11.000 righe di buon codice C e nei benchmark eravamo molto più veloci di MicroFocus, il concorrente più importante.
Ho ancora i sorgenti di quel compilatore, ma su un nastro da dodici pollici.
In quel periodo ho imparato da un collega che c’è qualcosa di più esoterico di conoscere la mappa di memoria del proprio computer, che è conoscere il mondo. Per esempio sapevo che in Olanda c’era un archivio FTP pubblico di file MIDI. Lo gestiva Guido van Rossum, che poi è diventato famoso come autore di Python.

Non c’erano i browser, quindi bisognava conoscere gli indirizzi dei posti, come ftp.cs.ruu.nl e sapere usare diversi client, come ftp.
Negli anni '80 il networking sociale era soprattutto essere presenti sulle news e partecipare alle mailing list. Nonostante questo la percezione di avere amici lontani e conoscerli bene era presente, anche perché i contatti erano meno frammentati: si parlava di più con un numero ristretto di persone, ora si fanno centinaia di contatti con gente con cui non si scambia niente.
Molti link su Facebook o LinkedIn sono socialmente impegnativi poco più di un cenno del capo quando si entra in un ascensore già occupato, non rappresentano un rapporto personale.

Cosa è la RETE secondo te?

La rete per me è sempre stata l’intelligenza collettiva del mondo. Negli anni ’80 non c’era il web, ma c’erano discussioni catalogate per argomento, le news, che esistono ancora adesso e sono archiviate dalle origini su groups.google.com.
Ogni volta che avevo un problema tecnico, c’era qualcuno che lo aveva già incontrato e spesso qualcuno aveva già dato la dritta giusta per uscire dai problemi. Per me, quindi, la rete è stata quello che Jobs e Wozniak dicevano del computer: wheels for the mind.
Chiunque aveva dei sorgenti potenzialmente di interesse generale li metteva a disposizione di tutti, per esempio su comp.sources.unix, è anche così che la rete si è sviluppata.
Alcuni elementi fondamentali del sistema viaggiavano liberamente sulla rete in formato sorgente, come il name daemon, che ha permesso di liberarsi dalla schiavitù di indirizzi numerici e mail address terribilmente complicati, come {decwrl|gatekeeper}!oliveb!trzsev!mico, un modo di esprimere il mio indirizzo a quel tempo.
La rete era una comunità chiusa di scienziati e informatici, nessuno si sognava di nascondere il suo indirizzo di posta e tutti trovavano naturale condividere le informazioni e il codice.
Si trovava anche l’occasione di discutere di musica o fi hi-fi e condividere interessi personali. Dato che nei newsgroup era sempre chiaro chi erano i leader e si scambiavano messaggi frequenti con le stesse persone, si creavano dei legami e dei riferimenti.
In quegli anni ero iscritto a una mailing list che raccoglieva italiani che lavoravano negli Stati Uniti, che si chiamava MARIO (Mailing list Ragionevolmente Italiana di Oltreoceano) era sostanzialmente come stare in un bar con i soliti amici, scherzare e raccontarsi le proprie esperienze.
Quando sono andato anche io a Cupertino per lavorare a un incrocio fra Unix System V e Mach con Intel, MARIO mi ha accompagnato, mi ha dato parecchie dritte utili ed è stato un pezzetto di casa che portavo con me, oltre che un punto di partenza per incontrare e ritrovare gente.
Anni dopo ho anche conosciuto sulla mailing list una ragazza che aveva un indirizzo di mail prestigioso, finiva per im.lcs.mit.edu, il gruppo di information mechanics del laboratorio di computer science del MIT.
Dopo un megabyte di posta ci siamo visti e adesso abbiamo tre bambini. Era il 1992, parecchi anni prima del film.

Sarà per questo che quando nel 1995 ho lavorato all’apertura di Italia Online a me è toccato scrivere il daemon di posta. Avevamo fatto una scelta architetturale che ci impediva di usare un server di posta standard su Unix e ho dovuto scrivere 5.000 righe di codice C++ per gestire i protocolli della posta e interfacciarmi con un back-end basato su un server SQL Microsoft. Quell’architettura è andata rapidamente in pensione come era logico, ma mentre era in funzione a me piaceva molto pensare che i messaggi di 50.000 utenti passavano attraverso il mio codice.

In cosa è cambiata la RETE di oggi?

Il networking di adesso è interessante, molto più efficace, ma anche impegnativo in termini di tempo.
Io vedo tanta potenza facile da governare, tante possibilità a disposizione, ma anche due cose in cui c’è un peggioramento.
In primo luogo, quando si basava tutto sulla e-mail i miei dati erano sul mio computer e le mie conversazioni erano tutte nello stesso posto: la mia casella postale. Il dibattito pubblico era tutto nelle news. Era facile ritrovare una conversazione o cercare un’informazione.
Oggi trovo seccante dovermi iscrivere a decine di forum perché ci sono conversazioni interessanti in ognuno, ma totalmente slegate le une dalle altre. Allo stesso modo, le cose che dico sono frammentate in diversi posti e archiviate in diversi computer, c'è solo il motore di ricerca a potere dare una visione unificata di quello che si dice in centomila ambiti slegati.
Allo stesso modo, mi stufo a inventare password di continuo e mi sembra incredibile che ancora non si sia trovato il consenso su una infrastruttura semplice e unitaria per la gestione delle identità.
Le informazioni sono frammentate, ogni volta che entro in una comunità diversa devo iniziare da capo a coltivare lo stesso campo. Quei messaggi tipo “il tuo profilo è 47% completo” mi fanno pensare “è la quarantasettesima volta che completo il mio profilo”.
Ci sono duplicazioni continue di servizi, per esempio non so nemmeno in quanti posto ho potenzialmente un blog, contando MySpace, Facebook, Milanin, del.icio.us, Blogger, Flickr e tutto il resto, ma il *mio* blog è quello che ho aperto nel 2001 (proxybar.net).
Una seconda fonte di stress nella comunicazione è la scala temporale. Negli anni ’80 la posta viaggiava su sistemi store and forward, non in tempo reale e non c’erano altre forme di interazione.
Si aveva un giorno di tempo per pensare e scrivere una risposta e si sceglieva il momento più adatto per scrivere. Insomma, si scrivevano cose più pensate, impegnando più tempo e rileggendosi prima di spedire.
Adesso fra la messaggistica istantanea, le chat, la fregola di bloggare in tempo reale, Twitter e la posta che reclama attenzione venti volte al giorno, non c’è quasi il tempo di pensare e si scrivono cose a malapena articolate, magari pentendosi una frazione di secondo dopo aver premuto invio.
La continua richiesta di attenzione genera dei danni. Lo spiega in modo eccellente Kathy Sierra in una serie di articoli a proposito della sindrome da Continuous Partial Attention.

Quali sono gli stimoli che vedi oggi? Cosa cambierà e cosa rimarra secondo te?

Io credo che molti siti offrono un ambiente interessante e sicuramente Facebook e MySpace rispondono a delle esigenze. Dall’altro lato però vedo un moltiplicarsi di applicazioni chiuse, una cosa che ho detto in un ambiente può non essere accessibile a chi sta in un altro ambiente e io devo ricordarmi dove ho lasciato un pezzo di informazione, per ritrovarla.
I miei indirizzi e i miei contatti sono spezzettati e replicati in un mare di contesti diversi. Da un lato questo crea un problema di privacy. Chi ha i suoi dati personali nel mio address book potrebbe essere scontento di sapere che io li replico su Plaxo. Dal’altro lato, il proliferare di informazione in diversi gradi di completezza e aggiornamento è un virus dell’informazione che la degrada aggiungendo entropia.
Io penso che in linea generale tentare di mettere gli utenti nel recinto ha sempre fallito, Compuserve per esempio ha lasciato il posto a Internet, Aol ha dovuto rinunciare a tenere gli utenti nel recinto, Italia Online nel 1995 ha fatto un sacco di sforzi per creare un ambiente chiuso e riempirlo di contenuti quando gli utenti volevano solo l’accesso a Internet e la libertà di movimento.
Allo stesso modo, Alice ha un portale, Fastweb ne ha un altro, ma gli utenti vogliono solo una presa funzionante sul muro, proprio come il tono della centrale telefonica è tutto quello che uno vuol sentire dalla società del telefono.
Non parliamo poi dei portalini che i gestori di telefonia cellulare si sentono in dovere di avere: chi usa il telefono per chiamare e basta non li vede, chi ha uno smartphone non li vuole neanche vedere.
D’altra parte i fornitori di servizi, come Facebook tengono molto ai loro polli e non sono contenti di vederli scappare. C’è stato un episodio interessante fra Robert Scoble e Facebook. Quando Scoble ha copiato i suoi contatti da Facebook il suo account è stato chiuso. La ragione per il blocco dell’account era che l’accesso ripetuto ai dati aveva lo stesso profilo di un robot che trafuga informazione. Dall’altro lato si è posto un problema: Facebook protegge i dati dai robot per proteggere un suo asset o la privacy degli utenti?
 
Io penso che la regola d’oro vale sempre: chi cerca di mettere gli utenti nel suo cesto perde. Io quindi prevedo sempre vita breve per qualunque recinto proprietario.

E allora chi/cosa vince? 

L’elemento che vince costantemente è sotto gli occhi di tutti ed è un insieme di protocolli aperti.
La Internet degli anni ’80 era complessa, articolata e richiedeva diversi client, come ftp, telnet, gopher, e molta specializzazione da parte degli utenti.
Dieci anni dopo, Mosaic creava il miracolo del World Wide Web, che si regge su due pilastri: un formato dati (Http) e un protocollo (Html) condiviso da tutti.
Grazie a questa lingua comune non ha senso domandarsi che sistema operativo gira sul server a cui mi connetto o come posso avere accesso ai dati: sono problemi che sono evaporati anni fa.
John Gage, un senior scientist di Sun Microsystems diceva "operating systems die, protocols live forever" . Ha perfettamente ragione, per esempio Ftp ha compiuto 35 anni, più della maggior parte dei sistemi operativi, e Http è molto più vecchio del sistema operativo di chiunque ci stia leggendo, essendo nato nel 1996.
Per fare un altro esempio, io uso una casella di posta su Gmail, ma la gestisco con l’applicazione di posta del mio portatile, così ho una risposta più scattante e la possibilità di elaborare la posta quando non sono connesso.
Però, quando mi connetto da un terminale qualsiasi, uso l’ottima applicazione web di Google e ho la stessa identica visione dei miei dati.
La magia la fa un protocollo pubblico elaborato per la gestione di una casella di posta remota (Imap) che Google ha implementato in ossequio al principio etico “don’t be evil” (non essere malvagio) che Google ha adottato come etica aziendale.
Io vedo con interesse il meccanismo di storage neutrale proposto da Amazon col nome S3, perché dà a chiunque la possibilità di scrivere applicazioni Ajax che possono girare ovunque conservando i dati pur senza appartenere a nessun server.
Lo storage indipendente dal server potrebbe dare un senso nuovo ai mashup.
In generale, mi aspetto che crescano i servizi e diminuiscano le applicazioni.
Dato che abbiamo bisogno di porte applicative e protocolli trovo interessante l’esperimento di Open Social, un insieme di API per l’interconnessione di sistemi di social networking, il cui codice è disponibile liberamente su code.google.com

Uffa, sei stato molto chiaro! ti ringrazio molto, Michele


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Pubblicato il 31/03/2008
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