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Pietro Marengo | altri suoi testi nel blog
omaggio a Alda Merini

Come una canna di bamboo: omaggio ad Alda Merini

 

Anni fa mi ritrovai a leggere la poesia di Dino Campana, “Un viaggio chiamato amore” che poi è diventato un film: ho letto la sua biografia che m’ha impressionato per le proporzioni che ha assunto successivamente nella vita dell’artista.

Quasi simultaneamente mi ritrovai a leggere quella di Alda Merini, altra visionaria della poesia.

Entrambi avevano vissuto il dramma dell’internamento.

Ma la cosa stupefacente, era la lucidità espressiva delle liriche, una lucidità che sfiorava la perfezione stilistica, una maturità poetica che ha fatto di loro una nuova generazione artistica del passato secolo, e anche del nuovo. Una lucidità che contrastava con l’obnubilamento della loro malattia, quasi un’alba improvvisa e lucore spostava l’offuscamento per dar sfogo alla folgore della loro luce.

Luce come lucidità.

Luce come speranza per l’alba.

Luce come speranza per un giorno nuovo.

Dino s’è spento a 47 anni.

Alda ha atteso il secondo millennio come proscenio per il suo ultimo canto del cigno.

Ha vissuto tanto.

Ha amato tanto.

Ha sofferto tanto

Ma alla fine ha stupendamente scritto tanto.

E tutto.

Perfino del profondo misticismo, quel Dio che, per certuni, si sia dimenticato della sua esistenza, e che forse, per Alda, è sempre stato un punto di forza nella suo voler essere “fuori e dentro”.

Un'artista che nella sua sfortuna, ha saputo sviluppare una intellettualità lirica che l'ha elevata all'empireo dell'arte internazionale. E' venuta fuori dal suo grande incubo, più matura e più umana di quanto non lo già fosse prima. Un'anima candida che non s'è consunta, non s’è arresa neanche alla sua dichiarata indigenza, quando nel 2004, fu nuovamente ricoverata.

Ma ancora una volta, come una canna di bamboo rotta dalla tramontana, s’è alzata forte e dignitosa, con lo sguardo rivolto ad affrontare i tentacoli di una malattia che non l’ha mai vinta, pronta a dipingerci la sua tela dell’infinito attraverso l’intramontabile poesia. Alla fine ha vinto lei, e la vittoria più grande è stata quella di aver dato la sua vita alla poesia.

Se volessimo identificarla, non credo, e probabilmente sto parlando per me, ne troveremmo parole utili. Forse perché non ce ne sono, o forse perché c’era lei a inventarle. Ed è stata proprio lei a inventarsi, descrivendosi così:

 

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

 

Adesso per noi poeti, non rimane altro che immortalarla fra le schiere di quanti come lei hanno dato un volto importante all’arte.

Per i profani, coloro che ne commemorano i fasti solo a morte avvenuta, si cala il sipario.

E il silenzio pure.


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Pietro Marengo - pubblicato il 04/11/2009 - permalink
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