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Enrica Orecchia | altri suoi testi nel blog
Traduzione e rielaborazione del post pubblicato su PrConversations

Questo post è la rielaborazione di una recente collaborazione con il blog PrConversations,  nata quando una delle autrici, Judy Gombita, è rimasta entusiasta di un mio post sull’officina della comunicazione. Si parlava delle donne che lavorano nelle relazioni pubbliche, e avevo citato alcuni commenti suoi e di Heather Yaxley su PrConversations. Venuta a saperlo, Judy si è procurata una traduzione del post e mi ha contattato proponendomi di approfondire l’argomento per lei.
Ho avuto quindi l’onore di essere ospite su quello che è, senza tema di smentite, il più importante blog di relazioni pubbliche a livello mondiale, fondato da Toni Muzi Falconi (si chiamava inizialmente Toni’s Blog) e adesso è  condotto da Judy Gombita, Heather Yaxley e Marcus Pirchner.

La questione del rapporto numerico tra gli uomini e le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche continua a essere un argomento di interesse. Lo dimostra una recente discussione del gruppo LinkedIn Public Relations Professionals Group, sull’argomento “Perché ci sono più donne che uomini nelle relazioni pubbliche?”

Su invito di Judy Gombita ho approfondito l’argomento raccontando che cosa significa essere una donna che lavora nelle relazioni pubbliche in Italia. In questa breve “indagine” ho cercato di identificare eventuali caratteristiche comuni tra le italiane impiegate nelle relazioni pubbliche,  valutare se ci sono differenze con le donne che lavorano in altri settori, evidenziare similarità e differenze con gli uomini che lavorano nel loro stesso ambito.

Studi italiani recenti sull’argomento

Da una ricerca condotta da Ferpi nel 2010 è emerso che nei quarant’anni di esistenza della Federazione la percentuale di donne iscritte alla Ferpi è aumentata dal 15 % al 57,4 % sul totale degli iscritti.

Molte di queste donne sono imprenditrici, altre responsabili della comunicazione in grandi aziende, non poche multinazionali.

I dati confermano quindi che nelle relazioni pubbliche le donne sono molto più numerose di quelle che lavorano in settori più tradizionali come quello legale (avvocati e notai) o tecnico (ingegneri e architetti) o nel settore medico, tutti con una rappresentanza femminile al di sotto del 50 % .

Altri dati utili provengono da uno studio condotto nel 2009 da Daniela Mian - all’epoca studentessa del corso di Relazioni Pubbliche presso l’Università di Udine - per la sua tesi di laurea, relatore il professor Giampiero Vecchiato,influente socio Ferpi. Dai risultati, resi noti nel gennaio 2011, emerge che, nel guidare un’azienda, le donne:
  • seguono criteri più rigorosi
  • sono in grado di valutare meglio il rapporto costi/benefici
  • usano l’intelligenza emotiva e l’empatia
risultando quindi più capaci di comunicare con le diverse categorie di stakeholders.
Inoltre, le manager portano avanti un modello di leadership basato sulla condivisione, la negoziazione e l’inclusione. Se la cavano meglio nel multitasking, nella gestione della complessità e nel problem solving, abilità che vengono loro dal dover tenere in equilibrio i molteplici ruoli che interpretano nella vita.
Grazie a questi punti di forza, il lavoro delle donne che lavorano nelle relazioni pubbliche si dimostra sovente a più alto valore aggiunto di quello degli uomini. Secondo lo studio, sarebbe questo il motivo per cui le donne delle rp si vedono affidare ruoli di responsabilità più frequentemente di quelle che lavorano in altri settori aziendali.
Altri risultati
Per contro, un ulteriore dettaglio emerso dalla tesi di Daniela Mian è che le donne scelgono appositamente di studiare relazioni pubbliche non solo perché è un lavoro con attività e responsabilità interessanti, ma anche perché  è una professione che meno uomini scelgono, quindi con minori possibilità di essere discriminate.
Un altro dato poco incoraggiante è che solo il 46 % dei professionisti di relazioni pubbliche tra quelli intervistati (sia uomini che donne) riportano direttamente alla dirigenza, mentre la restante percentuale occupa ranghi più bassi nella gerarchia aziendale. Questo dimostra che in molte aziende italiane le relazioni pubbliche non sono ancora considerate una funzione strategica, cioè una funzione che genera profitti. Ne consegue che, poiché gli uomini preferiscono posizioni più “influenti” (come la finanza, le vendite, il marketing), si dedicano alle relazioni pubbliche in misura minore, permettendo alle donne di trovare sul loro percorso di carriera meno controparti maschili e quindi meno ostacoli a eventuali promozioni e avanzamenti.
E’ mia opinione che le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche condividano le stesse sfide delle lavoratrici di altri settori — prima di tutto il riuscire a tenere in equilibrio lavoro e famiglia. Come madre di una bambina di 7 anni posso confermarlo.
La minore considerazione di cui le relazioni pubbliche tuttora godono in azienda comporta che, anche in presenza di una ridotta competizione da parte degli uomini, il successo professionale delle donne è reso più difficile dal fatto che perlopiù devono occuparsi di compiti operativi o tattici.
Come possono le italiane affrontare le sfida ?
Una questione che le relatrici pubbliche devono affrontare prioritariamente è il contribuire a sviluppare una cultura della comunicazione all’interno delle organizzazioni utilizzando il valore aggiunto del loro lavoro per convincere dirigenze e proprietà che le relazioni pubbliche hanno le carte in regola per essere considerate una funzione strategica. Quando finalmente lo diventeranno, le donne che ricoprono quelle posizioni acquisiranno automaticamente più potere.
Ciò aumenterebbe anche le opportunità di lavoro al femminile, perché le aziende comincerebbero a capire che non possono fare a meno di comunicare con i loro stakeholder in maniera regolare e organizzata. Poiché le donne costituiscono la maggioranza degli studenti in comunicazione e relazioni pubbliche queste posizioni di punta sarebbero principalmente  destinate loro.
Sfide culturali
La seconda questione con cui le donne devono confrontarsi è il loro empowerment personale.
Si tratta di un problema culturale con radici antiche. Nel ventesimo secolo le italiane sono state abbastanza fortunate da avere conquistato i diritti fondamentali, sanciti da leggi, ma mancano ancora di quelli che possono essere definititi i diritti “soft”. Nello specifico del mondo del lavoro: avere una presenza che pesa quanto quella degli uomini, l’essere trattate con rispetto e considerazione e ottenere che le loro richieste siano ascoltate e soddisfatte.
L’attivismo femminista non  può farsi carico di questa battaglia. Con la protezione delle leggi (ottenute grazie alle femministe e a un sempre crescente numero di donne sui posti di lavoro) le donne devono prendersi la responsabilità di compiere loro stesse il prossimo passo avanti e lavorare ognuna in prima persona in modo da far rispettare i loro diritti sul campo, non solo sulla carta.
Sui posti di lavoro ciò è tanto più vero e necessario, mentre le donne tendono a dare per scontato che riceveranno lo stesso trattamento degli uomini quanto ad avanzamenti di carriera, opportunità formative e livelli salariali.
Perché lo si dà per scontato ?
Le statistiche mostrano, che, traditionalmente, le studentesse italiane ottengono voti più alti dei loro colleghi maschi, sia a scuola sia all’università. Di conseguenza, tendono ad aspettarsi di mantenere gli stessi risultati nel mondo aziendale. Grosso errore.
Sfortunatamente per queste giovani donne sui posti di lavoro vigono altre regole (sia scritte che non), molto meno vantaggiose per loro.
In conseguenza del tipo di educazione che le giovani italiane ricevono, sia in famiglia che a scuola, è difficile per le donne capire queste regole non scritte e quali tipi di comportamento ci si aspetta da loro. Per esempio:
  1. Alle ragazze si insegna a mantenere un comportamento quieto e riservato.
  2. Si dice loro che chiedere quando hanno bisogno di qualcosa non è un comportamento adeguato e non è femminile o grazioso.
  3. Le ragazze sono incoraggiate a essere modeste e ad adottare un modo di esprimersi indiretto, oltre che a tenere sempre un basso profilo.
Quando le giovani donne ottengono finalmente un lavoro, a meno di non avere un temperamento naturalmente diretto e audace, rirpoducono questo stile comportamentale, rinunciando a modi di fare più assertivi e diretti. Danno così l’addio a qualsiasi possibilità di avanzamento o promozione.
Al contrario, gli uomini, che hanno ricevuto una educazione diversa e sono cresciuti con ben altre aspettative, si fanno avanti e riscuotono i benefici in termini di carriera, trattamento sul posto di lavoro, ecc.
Il fattore “ragazzina”
Un’ulteriore, più sottile forma di discriminazione consiste nel trattare le donne come “ragazze” , anche nel linguaggio usato per riferirsi a loro. La cosa peggiore è che le donne stesse rinforzano questa abitudine, che limita la loro carriera.

In “Le brave ragazze non fanno carriera. 101 errori che le donne fanno sul lavoro” — un libro straordinario che raccomando a tutte le donne che lavorano di leggere assolutamente – l’autrice, la consulente americana, Lois P. Frankel, evidenzia che molto frequentemente le donne amano “essere considerate come giovani e attraenti pollastre”.

Secondo la Frankel, molte donne che lavorano preferiscono sottolineare i loro pregi estetici, piuttosto che far parlare per loro competenza, capacità ed esperienza di cui pure sono dotate. In tal modo mettono  in atto una serie di comportamenti poco professionali che le penalizzano, anche quando sono abili e lavorano bene.
Anche se la Frankel ha ritratto la situazione delle donne nelle aziende americane, ciò che scrive rappresenta piuttosto bene gli atteggiamenti di molte italiane ogni giorno sui luoghi di lavoro. Le donne a cui manca questo tipo di consapevolezza sono le loro peggiori nemiche, e sabotano anni di studio e duro lavoro per acquisire esperienza, competenza e rispetto. Appare quindi ironico, e nello stesso tempo triste,  sentire come si lamentano sul fatto che non ricevono le opportunità lavorative e le promozioni che “meritano”.
Fare passi avanti
Dipende da noi donne —italiane e di altre nazionalità—  diventare consapevoli di queste problematiche comportamentali e risolverle. Sempre se vogliano cominciare a migliorare in maniera significativa le nostre condizioni di lavoro,  in particolare riguardo alle opportunità nelle relazioni pubbliche (dove siamo più numerose che gli uomini), e contribuire a migliorare lo status di tutte le donne.
Una professionista che compie dei significativi passi avanti nel suo lavoro — si tratti di un aumento di stipendio, maggiori responsabilità, un budget più ampio per il suo gruppo di lavoro o qualunque altra cosa (purché non ottenuti alle spese di un’altra donna) — eleva automaticamente il livello di tutte le altre donne. Mi sento di lanciare questa sfida a tutte le donne lavoratrici, perché tutto questo non deve fermarsi alla funzione delle relazioni pubbliche. Nondimento, le donne che lavorano nelle relazioni pubbliche hanno un compito e una responsabilità più grandi: grazie alle nostre capacità di costruire relazioni, abbiamo l’opportunità di raggiungere vari pubblici e far pervenire i nostri “messaggi” a un’ampia varietà di destinatari. Possiamo quindi lavorare per ampliare il campo di discussione e promuovere la necessità di uguaglianza femminile in altre aree del lavoro affinché le donne siano adeguatamente valutate.
Lavorando in una piccola impresa, mi confronto giornalmente con molte delle questioni qui sviscerate. In molti casi le aziende delle città italiane di provincia considerano la comunicazione come una funzione “accessoria”, al punto che talvolta ho l’impressione che ci vorranno anni prima che ci sia un vera trasformazione. Ho però intenzione di impegnarmi a lavorare in questo senso, per contribuire alla crescita della professione delle relazioni pubbliche in Italia. Anche per questo motivo mi sono recentemente iscritta a Ferpi-Federazione Italiana Relazioni Pubbliche.
In futuro vorrei aprire la mia agenzia di relazioni pubbliche. Attualmente queste tipologie di servizi sono fornite per lo più da agenzie di grandi città. Ritengo che questo sia un ostacolo per molti piccoli imprenditori locali. Se le loro aziende riuscissero a trovare servizi di comunicazione di qualità a livello locale, tramite agenzie più piccole, potrebbero cominciare a toccare con mano quello che è il vero valore delle relazioni pubbliche e della gestione della comunicazione.


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Enrica Orecchia - pubblicato il 14/05/2012 - permalink
relazioni pubbliche donne PrConversations Ferpi Judy Gombita


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Enrica Orecchia sono

Esperta in Gestione della comunicazione e dell'immagine aziendale, si laurea con lode in Lingue e letterature straniere all'Universita' di Genova. Nel periodo dell'università e immediatamente dopo viaggia e lavora all'estero. In quegli stessi anni matura preziose esperienze di giornalismo presso testate locali, grazie alle quali ha avuto occasione di vedere il mondo delle relazioni con i media "dall'altra parte della barricata". Impegnata da anni nel settore della comunicazione d'impresa ha operato in precedenza in ambito commerciale e marketing, scegliendo infine la comunicazione come campo d'azione d'elezione. Vive e lavora in quel di Alessandria, dove tiene d'occhio la realta' provinciale con particolare riferimento al mondo delle piccole e medie imprese. Appassionata di comunicazione online, nel novembre 2006 ha aperto L'officina della comunicazione, blog in cui disserta di comunicazione d'azienda e relazioni pubbliche. Dal 2007 i suoi articoli si trovano anche su Comunitazione e La Grande Agenzia. Nel 2008 ha inoltre collaborato con Spegea, la Scuola superiore di management della Confindustria di Bari come articolista per la newsletter.

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