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Stefano Iotti | altri suoi testi nel blog
prega i tuoi amici di non di pubblicare le tue foto

Il “Personal Brand” indica la modalità con cui una persona si rappresenta agli altri. Il concetto esiste da quando l’uomo ha iniziato a relazionarsi all’interno di gruppi.
Oggi, la memoria e la velocità di propagazione di internet generano un’iperbolizzazione del concetto di “Personal Brand”.

Immaginiamo che una società di software sia intenzionata ad assumere un nuovo impiegato e che il recruiter aziendale abbia già fatto alcune selezioni da cui siano emersi un paio di candidati.
Come scegliere? Facile, l’elemento capace di spostare l’ago della bilancia si chiama Google.

Il recruiter digita www.google.com e scrive il nome del primo candidato, la query restituisce una serie di pagine da alcuni newsgroup in cui si evince la competenza informatica del soggetto.

Adesso il recruiter si concentra sul secondo candidato, trova nell’ordine: foto su Facebook in cui è ripreso mentre consuma alcolici, video su Youtube mentre impenna in moto e una serie di insulti al suo ex professore su Twitter.

Ogni giorno produciamo direttamente o indirettamente contenuti che parlano di noi e che possono facilmente essere rintracciati da chiunque.
Le foto sul social network o il tuo blog personale, possono farti perdere un’occasione di lavoro o qualsiasi altra opportunità.
Quello che fai potrà essere usato contro di te.

I primi ad attivarsi per trarre vantaggio da questa peculiarità della rete sono stati i politici e gli attori della filiera della comunicazione digitale.
Infatti, se è vero che il web ha la memoria lunga, è pur vero che è possibile almeno in parte riorganizzare e reinterpretare la memoria del passato in funzione delle esigenze del presente. In sostanza possiamo provare a produrre contenuti utili per la nostra “rappresentazione digitale” eseguendo una selezione volontaria delle informazioni. Per farlo è indispensabile svolgere attività di monitoraggio del Brand e diventare parte della conversazione in rete. E’ utile tenere presente che non si è al bar con gli amici ma in una vetrina in cui è conveniente sorridere sempre.

Un esempio: da giovani tentiamo di proporre “Personal Brand” in accordo con gli interessi del gruppo o della ragazza di turno.
Oggi è possibile farlo con i social network come Anobii, il website in cui ciascuno condivide con gli altri i libri che sta leggendo. Mi occupo di comunicazione e leggo”Big Swith” di Nicholas Carr ? Ecco che sento il desiderio di farlo sapere al mondo. Al contrario, se mi capita di approfondire “Le avventure di Paperino e le Giovani Marmotte” non è detto che faccia altrettanto.

In tutti i casi sforzarsi di auto-determinare la propria immagine serve a poco se non si è in grado di corrispondere all’aspettativa che si è creata.

Se ti interessa approfondire l’argomento puoi provare con le keys “Personal Brand”, “Story telling”, “Barak Obama”, “Seth Godin”, “Dan Schawbel”.

Stefano Iotti


VIA: Arscolor Interactive



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Stefano Iotti - pubblicato il 26/10/2009 - permalink
personal brand fake brand


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Stefano Iotti | altri suoi testi nel blog
L’azienda di Redmond è impazzita? Ovviamente no .

A proposito dell’offerta stratosferica fatta da Microsoft per l’acquisto di Yahoo e del conseguente interessamento di Google e Murdoch.

Perché Microsoft ha offerto 44 miliardi di dollari per comprare Yahoo dopo avere appena speso 240 milioni di dollari per acquistare una percentuale irrisoria di Facebook?
L’azienda di Redmond è impazzita? Ovviamente no .
Semplicemente Microsoft sa che il modello di business sbilanciato sul licensing ha i giorni contati e sta cercando un modo veloce per acquisire una posizione dominante nel web e prevenire un futuro calo di redditività.

Vediamo perché.
La diffusione di Windows, Office e ancora prima di Ms-Dos  è iniziata dai privati per poi estendersi alle scuole e infine alle aziende, a quei tempi i social networks non passavano dal web.
Microsoft conosce il meccanismo: offrire software al mercato consumer per poi trovarselo nelle aziende perché i ragazzi diventano adulti ed entrano nel mercato del lavoro.

Oggi le cose sono cambiate.
Grazie a internet e agli strumenti collaborativi il mercato sta rapidamente evolvendo. Esistono i software Open Source e quelli gratuiti. Per fare un esempio: Google Docs o Open Office sono alternativi gratuiti ad Microsoft Office.
I giovani stanno già utilizzando software in accordo con i nuovi modelli di sfruttamento. Le Università fanno lo stesso.
Microsoft sa bene che quando i ragazzi, i millenials delle ricerche di marketing, entreranno in massa nel mercato del lavoro, l’attuale modello di licensing sarà scardinato.
Anche se la maggior parte del fatturato di Microsoft deriva dal mercato professionale, il suo futuro è dato da quello consumer.

Parliamo della pubblicità e delle comunità.
Globalmente il mercato ADV vale decisamente di più di quello IT , e questo di per sé non è una novità. Lo è invece il fatto che gli inserzionisti stanno pesantemente aumentando gli investimenti pubblicitari sul web sottraendoli agli altri media .
Significa che vendere pubblicità online conviene almeno quanto scrivere software.

Pensate a fenomeni come Facebook o Myspace. Quanto impiegherebbe Microsoft per riprodurre gli stessi servizi? Probabilmente una manciata di mesi. Mi azzardo ad affermare che con poco tempo potrebbe riprodurre anche Google (ok, ho detto che era un azzardo). Il motivo per cui non può farlo è che per spostare una comunità di qualche milione di utenti da un website all’altro occorre qualcosa per convincerli.

Il software si avvia a diventare una commodity come il latte o il sale spostando parte del valore aggiunto sul know how delle persone e sul valore dei contenuti.

Per fare un paragone, Microsoft sta a Google come il costruttore di televisori sta all’emittente televisiva. Non è più la tecnologia a farla da padrone, ma sono i contenuti e gli utenti: l’audience.

Il ragionamento è lo stesso per le multinazionali del software che basano le proprie rendite sulla vendita delle licenze.
In futuro il software di uso comune non sarà necessariamente gratuito, ma il modello di business delle software house dovrà certamente cambiare per tenere conto delle mutate abitudini degli utenti. Vedi anche "software as a service" e "asp".

Buon lavoro !
Stefano Iotti


VIA: Blog di Arscolor.com



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Stefano Iotti - pubblicato il 20/02/2008 - permalink
microsoft yahoo commodity


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