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Salvatore Pipero | altri suoi testi nel blog
«Il primo e più importante risultato resta la conoscenza».

La principale speranza degli scienziati che seguono il progetto Lhc, al Cern di Ginevra, è riuscire a «fotografare» il Bosone di Higgs, ovvero «la particella di Dio», mai osservata in natura, ma ipotizzata come ciò che diede corpo alla materia. E saranno quattro gli esperimenti (Cms, Atlas, Alice e LhcB) che studieranno nei mesi e negli anni a venire i risultati delle collisioni - le prime sono previste a metà ottobre - tra particelle lanciate (alla temperatura di 271 gradi sotto zero) a una velocità tale da farle incrociare 40 milioni di volte al secondo nell’anello sotterraneo di 27 chilometri. A che cosa potrà servire tutto ciò? Alla domanda - legittima - del comune mortale, Umberto Dosselli, vicepresidente dell’Infn, l’Istituto nazionale di Fisica nucleare, risponde senza esitazioni: «Il primo e più importante risultato resta la conoscenza». È da lì che poi deriva e può derivare tutto, anche ciò a cui ora non pensi. È da lì che poi deriva e può derivare tutto, anche ciò a cui ora non pensi. Dosselli cita per fare un esempio i passati studi sull’antimateria, che hanno portato alla scoperta degli adroni, ora utilizzati come rivelatori nell’esame di diagnosi oncologica chiamato Pet, che produce immagini tridimensionali o mappe dei processi funzionali all’interno del corpo umano.

 

E sempre restando nella lotta al cancro, già sugli odierni adroni, ma a energia ben più bassa rispetto a quella ottenibile un domani grazie all’Lhc ginevrino, si basa la adroterapia che anziché i raggi X usa appunto queste particelle subatomiche che colpiscono il tumore in modo selettivo, risparmiando i tessuti sani. E anche più efficacemente, potendo uccidere quelle cellule tumorali resistenti ai raggi convenzionali.

 

Da una scoperta (la conoscenza, appunto) ne possono insomma derivare altre. Inattese. Tutte da scoprire. Fino a 15 anni fa il cosmo era per esempio pensato in modo differente e ignoravamo che il genere di materia di cui sono fatte le stelle, i pianeti, gli oceani e noi stessi che componiamo il genere umano è appena il 5% di tutto ciò che esiste nell’Universo, che resta ancora il dominio di ciò che gli scienziati chiamano non a caso «materia oscura».

 

Ed è su questa sconfinata zona d’ombra della conoscenza che il progetto ginevrino del Cern, con i suoi apparentemente incomprensibili scontri tra protoni, intende fare luce. E la farà, perché la conoscenza è come la vite: dà frutti a grappolo, spesso inconsapevoli. «Per esempio - ricorda Dosselli - negli anni ’90, per far circolare i dati ottenuti con il Lep del professor Carlo Rubbia (il Lep fu il papà dell’odierno Lhc) eravamo ricorsi a una cosa chiamata Web. Qualcosa che ha dato una buona mano a noi, ma che di certo ha anche sconvolto il mondo».


VIA: Il Giornale



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Salvatore Pipero - pubblicato il 11/09/2008 - permalink
Large Hadron Collider (LHC)


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