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'Combattere la SLA e apprezzare la vita'. Parola di Ron
Intervista a Ron, che ha appena pubblicato un cd i cui ricavati serviranno per la lotta alla SLA

'Combattere la SLA e apprezzare la vita'. Parola di Ron


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E' un personaggio che da sempre unisce la musica all'impegno sociale. Ron, al secolo Rosalino Cellammare, cantò già nel 1971 (agli esordi della sua più che trentennale carriera) un tema di grande rilievo collettivo come lo stupro, e lo fece tra l'altro in un'epoca in cui certi argomenti, e certi 'linguaggi', erano tabù. La sensibilità ai problemi 'forti' gli è sempre rimasta, e oggi riemerge prepotentemente con la pubblicazione di 'Ma quando dici amore', un cd in cui l'artista duetta con alcuni suoi illustri colleghi, tra cui Luca Carboni, Elisa, Claudio Baglioni, Lucio Dalla e Jovanotti. L'incontro di Comunitazione con Ron è l'occasione per parlare di questa lodevole iniziativa, e anche - immancabilmente - per tracciare una linea del suo percorso musicale.

 

Come ti è venuta l'idea di questo progetto?

«Un mio caro amico è stato colpito dalla SLA, la sclerosi laterale amiotrofica. Ritrovarsi una persona cara con una simile malattia, che è molto rara e colpisce tutti i muscoli del corpo, mi ha fatto riflettere: dovevo fare qualcosa. E' nata così l'idea di realizzare questo disco, coinvolgendo tanti amici, con cui ho duettato. I proventi di 'Ma quando dici amore' andranno interamente a favore della ricerca per la SLA: nessuno di noi ci guadagna niente».

Vedendo la sofferenza da vicino si ha modo di riflettere di più?

«Diciamo che attraverso una sofferenza grande arrivano segnali di vita fantastici. Scopri il senso della vita. Quando un amico si ammala, capisci di essere fortunato: io, ad esempio, mi ritengo un uomo fortunato, perché faccio da 35 anni questo lavoro. E allora ognuno di noi deve fare qualcosa per chi è meno fortunato. Dobbiamo apprezzare la vita».

La vita è anche musica?

«Sicuramente sì. Io penso una cosa: già oggi la vita è una competizione continua, bisognerebbe fare in modo che anche la musica non lo fosse. La musica dev'essere di tutti: tutti devono poterla fare, e senza competizione. Forse vendiamo pochi dischi anche per questo. Bisogna godere la musica per quello che è».

In questo discorso di competizione, come ti poni davanti ai festival che vanno alla scoperta di nuovi talenti?

«Beh, io ho cominciato con i Festival, e devo dire che mi hanno aiutato: ho imparato a stare davanti alla gente, a non avere paura. La prima volta portavo ancora i calzoni corti e imitavo Morandi e Celentano. Ho un ricordo molto tenero di quel periodo. C’era la voglia di emergere. Una voglia che ritrovo anche nei ragazzi di oggi, quando alla fine di un concerto ti danno un cd da sentire: nei loro occhi vedi la speranza. Queste cose vanno bene, sono belle, anche se non sempre è possibile realizzarle: purtroppo non tutti riescono nel proprio intento. L’importante, comunque, è avere la passione».

Il Festival più importante tu l'hai anche vinto: Sanremo 1996, 'Vorrei incontrarti tra cent'anni'...

«Ho uno splendido ricordo di quella vittoria, anche perché la canzone non fu scritta per Sanremo: la gioia per aver vinto, dunque, è stata ancora più grande. Mia madre si è accorta solo allora che cantavo! Sono molto contento che la gente canti tuttora questo pezzo».

Che cos'è per te l'amore?

«Sicuramente non è possesso, ma rispetto l'uno dell'altro. Una canzone come 'Non abbiam bisogno di parole' esprime la mia visione dell'amore. Quella canzone è un po' vecchia, è stata scritta nel '92, ma è entrata appieno nel pubblico. Proprio per questo, nei concerti, la tengo tra le ultime. Quando arriva dà un segnale».

 
 

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