Chi ha smantellato la scuola disorganizzandola?

Qualche anno fa in un liceo classico di una città del nord Italia una studentessa di 16 anni, ammetteva che la pratica di copia e incolla a scuola era massiccia.  Era talmente praticata che gli studenti si chiedevano a volte «che senso ha andare a lezione, visto che si trova tutto su Internet?». Era facile copiare, spiegava la studentessa, quando si ripetevano sempre gli stessi temi e gli stessi compiti. Situazione analoga per le versioni da tradurre: «Prima di fare lo sforzo, si provava sempre a usare il motore di ricerca su Internet, è ovvio che se si trovava il testo lo si copiava». Massimo Cacciari è uno dei firmatari dell'appello del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. L’appello che fa riferimento ad una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, ministra dell'Istruzione e Parlamento, che recita così: «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». Lo stesso Massimo Cacciari intervenendo su Repubblica dice: «la colpa non è degli studenti, né degli insegnanti, ma di chi ha smantellato la scuola disorganizzandola.

 

L’utilizzo dei materiali disponibili è visto come la «naturale» valorizzazione di una conoscenza liberamente e immediatamente disponibile. Da questo punto di vista, il criterio secondo il quale «conta solo ciò che è farina del proprio sacco» suona obsoleto. In conformità a questa considerazione, lo sfruttamento sistematico d’internet permette a molti di scrivere in poco tempo brevi dissertazioni interessanti, salvo il fatto che sono quasi per intero mere riproduzioni. Il punto è che, se si accetta l’idea per cui, nella società dell’intelligenza collettiva, non conta tanto quello che sappiamo come singoli individui, quanto ciò cui possiamo avere accesso navigando sulla rete, allora ne consegue la crescente irrilevanza e il tendenziale abbandono delle pratiche del pensiero e della conoscenza che passano attraverso la meditazione per un’interiorizzazione critica della conoscenza.

 

Avvince, suscitando interesse, una dotta interazione durante la maratona Innovatori jam 2011: «ciò che conta, a mio avviso, oltre a ciò che sappiamo e ciò a cui abbiamo accesso, è come riusciamo a combinare i vari elementi. E questo è possibile solo grazie alla pratica del pensiero e all'interiorizzazione della conoscenza di cui tu parli. - E mantenendo l’espressione figurata di ciò che è farina del proprio sacco – continua: ... se io e un panettiere abbiamo accesso allo stesso sacco di farina, lui saprà fare delle buonissime pagnotte ed io no». A questo punto la mia risposta sarebbe dovuta essere immediata soddisfacendo sia l’autorità dell’interlocutrice sia lo scopo dell’organizzazione; e certamente il dialogo sarebbe stato di valore. Il fatto sta nella crescente irrilevanza e nel tendenziale abbandono delle pratiche del pensiero e della conoscenza che passano attraverso la meditazione per un’interiorizzazione critica della conoscenza, di cui sopra.

 

Or dunque: «Apparentemente, oggi nessuno pronuncia più l’espressione “tu devi”, vuoi perché non c’è più un principio di autorità sufficientemente solido su cui poterla appoggiare e vuoi perché non si sa giustificare riflessivamente tale richiesta. L’unica autorità che riconosciamo è quella della conoscenza/competenza tecnica che permette di dire “io posso”. Ma dato che, in una società tecnologicamente avanzata, ciò che possiamo è condizionato dagli apparati che rendono possibile l’azione, il risultato è un ulteriore, più raffinata forma di reificazione: spogliato di qualunque riferimento altro, l’”io posso” si presenta come nuda sostanza tecnica. Le conseguenze di questo discorso, apparentemente astratto, si trovano molto concretamente in tante situazioni della nostra vita quotidiana, laddove la disponibilità di nuove possibilità tecniche cambia non solo il mondo, ma anche il senso di un’azione che è portato ad assorbire, con unico criterio di sé, quello dell’efficacia e della performance».

 

Uno di due esempi che possono spiegare, il punto ripreso e riportato con il virgolettato, da uno scritto del Prof. M. Magatti: «il primo viene dalla vita universitaria, dov’è ancora diffusa l’abitudine di far stendere tesine o elaborati scritti. Il problema nasce dal fatto che la disponibilità praticamente infinita di test su internet spinge gli studenti a reperire sulla rete tutto ciò che serve per confezionare un testo ineccepibile, ma sostanzialmente copiato. Il che rende inutile questo tipo di prova. In effetti, se ci si mette dal punto di vista dello studente, si comprende che rinunciare a utilizzare un materiale così ricco e così facilmente disponibile non solo richiede una fortissima volontà – perché si otterrebbe con molta più fatica e incertezza ciò che invece, senza sforzo, garantisce il medesimo (o addirittura migliore) risultato – ma appare anche incomprensibile: oltre a essere un habitus acquisito fin dalle scuole elementari, l’utilizzo dei materiali disponibili è visto come la “naturale” valorizzazione di una conoscenza liberamente e immediatamente disponibile. Da questo punto di vista, il criterio secondo il quale “conta solo ciò che è farina del proprio sacco” suona obsoleto».

 

Sulla base di questa considerazione, lo sfruttamento sistematico d’internet permette la messa in discussione del concetto che «non esiste vera conoscenza già codificata e disponibile per essere passivamente appresa dagli individui». Ogni qualvolta che si intraprende un nuovo progetto o a seguito di nuove disposizioni per mutare strategia, inizia la fase di studio con l’impegno di apprendere la concezione: conoscere il complesso di elementi ed assimilare i contenuti. La conoscenza dipende dall’ambito in cui si produce. Per altro, se si accetta il fatto che debba essere creata, per definizione diventa dipendente da chi la crea e dal processo che a tale scopo è utilizzato.