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Redditometro, la parola del mese di marzo 2013

Redditometro è una delle tante parole di quell’area della misurabilità che, un po’ malinconicamente, accompagna anni avari di prospettive e che, al calcolo, chiedono la rassicurazione di una certezza matematica. 

Si misurano le ricchezze (o le povertà) dei cittadini come si misurano in campo educativo, a scuola e all’università, le competenze degli allievi. Stando alle indicazioni di docimologi, funzionari ministeriali, dirigenti scolastici à la page, l’insegnante italiano del Terzo Millennio deve sapersi destreggiare, se vuol dimostrare di essere all’altezza, stimoli aperti e risposte chiuse, stimoli chiusi e risposte aperte, stimoli aperti e risposte chiuse, stimoli chiusi e risposte chiuse.

Sembra di aprire, come ha scritto anni fa Mario Pirani, un «capitolo di farmacologia sull’uso delle supposte». La medicina da assumere, quando si parla di redditi in tempi di crisi (da difendere, in molti casi, con la forza della disperazione di chi non ha più nulla da perdere), è però molto più amara. E di quel redditometro non si avverte più la rima con termometro, o con un altro neutro strumento di misurazione. Si avverte la drammatica assonanza con baratro. Non quello fiscale, ma quello esistenziale.