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Fiscal cliff, cosa significa?

Non per continuare a farla lunga, ma il problema è sempre quello. Non sarà un problema di importanza capitale come la totale assenza, nella nostra storia nazionale – al di là della parentesi rappresentata dal Ventennio –, di una politica linguistica (che non abbiamo mai avuto perché non abbiamo mai avuto una reale sensibilità culturale per la lingua, e c’è mancata anche la sensibilità civica necessaria per affrontare seriamente il tema), ma è pur sempre una questione su cui riflettere.

Parliamo della presunta “anglificazione” dell’italiano, che mostra due aspetti: uno più superficiale, l’altro più profondo. Il secondo è costituito dalla minaccia portata dall’inglese alle strutture formative, che incidono profondamente sulla maturazione di milioni di giovani parlanti e scriventi; nel momento in cui distruggiamo un sistema scolastico e formativo dalle fondamenta, e lo facciamo lungo tutto il percorso che dalla scuola elementare conduce fino all'università, il paese in quanto tale è finito. Il primo abbina la pigrizia all’ignoranza o allo snobismo: perché mai dobbiamo usare spending review, se è disponibile una piana e comunissima revisione della spesa? Che cosa dice un endorsement più di una investitura, un appoggio o un avallo? E al nostro fiscal cliff – che pure ci fa tornare in mente un film del 1993 con Sylvester Stallone: Cliffhanger. L’ultima sfida – non è preferibile un bel baratro fiscale?

Un’anglomania che ci copre talvolta di ridicolo, o ci fa commettere errori da far sbellicare dal ridere. Come quando sine die venga incredibilmente pronunciato /sàin dèi/, o una Didone divenga una altrettanto incredibile /daidóne/.