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L'ascolto musicale outdoor

Nell’ultimo capitolo della mia tesi magistrale, intitolata “Simboli apparenti. Ricerca qualitativa sull’estetica dell’iPod” concludo sottolineando non solo i risultati ottenuti, ma soprattutto la parzialità del mio lavoro. Una parzialità dovuta non tanto a eventuali mancanze metodologiche (sicuramente non assenti) ma al fatto stesso che ho (giustamente) concentrato tutte le risorse della ricerca sul mio oggetto d’interesse, ovvero il possibile rapporto che intercorre tra la carica semantica dei tratti estetici dell’iPod e la capacità re - interpretativa delle audience. Un aspetto molto particolare, quindi, e decisamente specifico, soprattutto se consideriamo l’ampiezza e la vastità argomentativa che potenzialmente risiedono in una ricerca sulle nuove tecnologie della comunicazione, ma che mi ha imposto di distogliere lo sguardo da eventuali approfondimenti.

 

Con il sostegno dei dati ricavati dall’analisi del materiale relativo al periodo di osservazione partecipante (una settimana presso la stazione Termini) e alle dieci interviste semistrutturate, infatti, si sarebbero potuti affrontare ulteriori risvolti dell’oggetto di studio, come ad esempio l’incognita relativa all’ eventuale esclusività dei possessori di iPod di sviluppare tale legame con il proprio lettore mp3.

 

Un simile ampliamento dell’argomento, però, sarebbe risultato troppo impegnativo da affrontare, soprattutto alla luce del fatto che mancavano poche settimane alla consegna della tesi (e ogni ricercatore sa che il tempo rappresenta uno dei vincoli télici più difficili da aggirare). In primo luogo sarebbe stato necessario ripetere l’osservazione partecipante, magari mantenendo le stesse impostazioni geografico - temporali (ovvero una settimana di osservazione presso la stazione Termini di Roma) ma spostando l’attenzione verso tutti i possessori di lettori mp3. Per quanto concerne l’uso delle interviste, si sarebbe dovuto ricostruire ex novo il campione sul quale focalizzare l’indagine, selezionare un numero maggiore di individui, probabilmente il doppio di quelli già utilizzati, equamente distribuiti tra uomini e donne e tra possessori o meno di iPod, attuando un’ulteriore valutazione delle coorti d’età da prendere a riferimento. Ovviamente sarebbe stato necessario rielaborare e testare nuovamente la traccia dell’intervista, senza contare la necessità di sbobinare, trascrivere e affiancare all’analisi tematica delle interviste i risultati relativi alle interviste che rispondono ai nuovi parametri di ricerca.

 

Partendo proprio da queste riflessioni, ritengo utile progettare una continuazione proprio del lavoro svolto nel corso della tesi magistrale. La mia impostazione scientifica, infatti, mi preclude di concepire il ciclo della ricerca come un processo caratterizzato da un inizio e una fine, ma piuttosto come un percorso elicoidale, durante il quale l’analisi di un problema porta automaticamente all’ individuazione di ulteriori aspetti problematici necessitanti di approfondimento. Lo scopo di questo progetto non è quello di giungere illusoriamente ad una “una verità” definitiva, ma di approfondire un lavoro che, attraverso l’utilizzo di strumenti relativi alla ricerca etnografica, ha già portato a riflessioni interessanti – come, ad esempio, all’individuazione di un rapporto “fisico” che alcuni utenti instaurano con il proprio iPod – e che può rappresentare un reale e valido supporto alla comprensione delle dinamiche attraverso le quali le audience utilizzano, interpretano e rielaborano i nuovi strumenti della comunicazione outdoor.

 

 

 

Oggetto della ricerca

 

La mia intenzione è quella di partire dall’oggetto di studio già preso in considerazione nel corso della mia tesi magistrale ed ampliarlo, attraverso una sua riformulazione sia teorica che pragmatica. In precedenza ho concentrato la mia attenzione sull’utilizzo del lettore mp3 della Apple da parte degli individui che lo indossavano nel corso dei relativi spostamenti urbani e, soprattutto, sulla capacità delle audience di rielaborare il suddetto strumento tecnologico per trasformarlo in un simbolo da esporre pubblicamente. Tutto ciò limitando l’osservazione partecipante ad una sola settimana di ricerca presso la stazione Termini di Roma e ad un approfondimento tematico effettuato grazie a dieci interviste semistrutturate. In questo progetto mi prefiggo, invece, di approfondire la suddetta capacità delle audience di rielaborare e caricare l’artefatto tecnologico di nuovi significati simbolici in relazione all’utilizzo, sempre in un contesto metropolitano, di tutte le tecnologie adibite all’ascolto musicale. Questo vuol dire focalizzarsi su qualsiasi tipo di supporto adibito alla riproduzione musicale outdoor, dagli ormai obsoleti walkman alle futuristiche piattaforme multimediali portatili. Conseguenzialmente, miro ad ampliare esponenzialmente gli spazi e i tempi della ricerca, coinvolgendo e connettendo i principali luoghi di passaggio di diverse città italiane. Ovviamente questo scenario omnicomprensivo, che prevede un tempo di realizzazione ben più ampio dei sei mesi utilizzati per la precedente ricerca, è sicuramente provvisorio, in quanto sappiamo che – secondo i caratteri generali della Grounded Theory ( A.A. V.V. La ricerca qualitativa, a cura di Ricolfi Luca, Roma, Carocci Editore, 2006, p. 126) quell’approccio di studio dal quale prendo ampio spunto secondo il quale le procedure di acquisizione, concettualizzazione e codifica dei dati non hanno alcun vincolo di immutabilità – durante la ricerca possono subentrare, in qualunque momento, eventi e/o nascere riflessioni capaci di modificare anche lo stesso interesse verso un determinato oggetto di studio.

 

 

 

Presupposti teorico – metodologici e stato degli studi

 

La base sulla quale poggia l’intero apparato teorico della seguente ricerca si ritrova nella tradizione di analisi e rivisitazione del concetto di “audience” propria dei media studies, che considera il pubblico non più come un’entità singola, immobile e passiva, ma piuttosto plurale, fluida, estesa e capace di interagire con la fonte e rielaborare i singoli messaggi mediali. Uno dei maggiori contributi che ha permesso il raggiungimento di questa concezione di audience “plurale e fluida” arriva dall’approccio multidisciplinare dei Cultural Studies, prassi intellettuale tesa a descrivere la vita quotidiana dell’uomo attraverso un’analisi multidisciplinare della cultura. Nick Abercrombie e Brian Longhurst, però, hanno ritenuto limitante la prospettiva dei Cultural Studies di interpretare l’attività delle audience solo in termini di resistenza o accettazione: ”essere membro di un’audience è intimamente connesso con la costruzione della persona" ( Abercrombie e Longhurst, 1998; in Emiliana De Blasio et al., La ricerca sull'audience, Milano, Hoepli, 2007, p. 119). Ecco quindi la nascita del concetto di diffused audience e soprattutto dell’extended audience, che considera l’insieme delle relazioni fra i media e le audience come parte della più generale media culture; al tempo stesso “il concetto di extended audience ci per mette di considerare che la dispersione di forza e di indipendenza per i soggetti" ( Emiliana De Blasio et al., La ricerca sull'audience, Milano, Hoepli, 2007, pp. 119 – 120).

 

Le audience, però, avranno pure capacità interpretative e rielaborative, ma la tecnologia si limita a riprodurre fedelmente il messaggio che veicola oppure detiene un ruolo nella sua costruzione? Secondo gli studiosi che si ritrovano intorno alle teorie del determinismo tecnologico un nuovo mezzo di comunicazione, a contatto con una determinata cultura, comporta un cambiamento dell’intera società. In sintesi, una nuova tecnologia determina anche un tipo di comunicazione diversa. Chiaramente questo punto di vista esclude ogni possibilità di resistenza e interpretazione da parte delle audience, una prospettiva che – come abbiamo già avuto modo di sottolineare – è stata già ampiamente superata. Il determinismo tecnologico è stato una delle caratteristiche del marxismo tradizionale che già i Cultural Studies hanno rifiutato ( Jay David Bolter , Richard Grusin, Remediation, competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Milano, Guerini e Associati Editore, 2002, p. 106) e nel 1975 Raymond Williams già criticava McLuhan per aver separato i media dai loro contesti sociali. Dopo aver rifiutato, quindi, l’idea che il mondo è delle macchine, non possiamo però negare che la tecnologia non è mai del tutto scevra da un suo potere simbolico, un potere che include competenze, conoscenze e desiderio senza le quali non può funzionare ( Roger Silverstone, Perché studiare i media?, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 49). Ed è proprio su questo snodo fondamentale che lego la mia ricerca ad un altro concetto chiave sempre relativo all’ambito di studi che fa capo al filone dei media studies, ovvero quello secondo il quale nel rapporto uomo – tecnologia sussiste un percorso di domestication attraverso il quale le audience elaborano le nuove tecnologie della comunicazione e se ne appropriano, le trasformano da oggetto alieno e complesso in uno strumento inserito nella vita di tutti i giorni. Non tutti gli individui, infatti, riescono a metabolizzare in poco tempo e con facilità i cambiamenti e le innovazioni tecnologiche, ed è su questo punto che bisogna concentrare l’attenzione se vogliamo parlare della domestication, ovvero quel processo diacronico grazie al quale le nuove tecnologie della comunicazione entrano a far parte della vita quotidiana del fruitore. Un percorso, cioè, attraverso il quale le audience riescono ad appropriarsi delle nuove tecnologie, inizialmente criptiche e farraginose ( Berker et al., Domestication of Media and Technology, Berkshire (England), Open University Press, 2006, p.126). dei suoi codici, dei suoi linguaggi, investendole dei loro significati.

 

Il gioco di parallelismi tra questi due concetti – ovvero la molteplicità interpretativa delle audience e il percorso di domestication della tecnologia attraverso il quale l’individuo, nella prassi sedimentata del quotidiano, giunge a caricare di significati simbolici l’artefatto tecnologico – nel corso della mia precedente ricerca ha rappresentato uno spunto teorico di straordinaria efficacia. In questa sua nuova evoluzione ho intenzione di riprendere il suddetto apparato teorico, decifrarne le possibili aperture nei confronti dei diversi mezzi di comunicazione ed ampliarlo a favore della vastità dell’oggetto di studio ampliato già descritto in precedenza.

 

 

 

Metodologie che si intendono applicare

 

La metodologia che intendo utilizzare si rivolge, così come è avvenuto per la tesi magistrale, al versante qualitativo della ricerca sociale e, in particolar modo, a quello etnografico: una scelta che mi permette di mantenere una prospettiva costantemente in fieri sia sulle procedure di raccolta dei dati, sia sull’oggetto stesso della ricerca. Sul campo, infatti, bisogna essere pronti a rivalutare le proprie certezze, a mettere in discussione quanto deciso in precedenza, e gli strumenti che si riferiscono all’approccio etnografico hanno come caratteristica fondamentale proprio la flessibilità, la capacità di adattarsi alle incongruenze del campo in cui si svolge la ricerca. Una peculiarità fondamentale nel caso in cui si decide di cimentarsi in una ricerca esplorativa come questa, in cui è utile sondare il fenomeno partendo dallo studio di pochi casi, con strumenti di indagine poco strutturati e capaci di rispondere prontamente alle situazioni inaspettate che si presentano sul campo, consentendo così al ricercatore sia di pervenire a nuove conoscenze che specificare quelle che sono già in suo possesso ( A.A. V.V. Ricerca Sociale. Dal progetto dell’indagine alla costruzione degli indici (vol. I), a cura di Cannavò Leonardo e Frudà Luigi, Roma, Carocci Editore, 2007, p. 75).

La mia proposta metodologica individua nell’osservazione partecipante lo strumento principale per riuscire a cogliere, non solo attraverso la puntuale descrizione degli eventi – dalla quale scaturirà un notevole quantitativo di materiale grezzo da sistematizzare grazie anche al supporto di software specifici come Ethnograph – ma grazie all’apporto soggettivo ed emotivo del ricercatore, il maggior numero di sfumature inerenti all’oggetto di studio. In questo modo è possibile osservare direttamente, sospendendo tutti gli stereotipi e le conoscenze pregresse e in condizioni naturali, l’interazione sociale di coloro che utilizzano la tecnologia al centro delle nostre attenzioni ( A.A. V.V. La ricerca qualitativa, a cura di Ricolfi Luca, Roma, Carocci Editore, 2006, p. 49). In un contesto come quello della quotidianità metropolitana, infatti, è indispensabile attuare un processo di defamiliarizzazione del già noto ( Marco Marzano, Etnografia e ricerca sociale, Roma – Bari, Laterza, 2006). trattando quello che è ovvio e dato per scontato come strano e problematico: solo in questo modo si possono portare alla luce elementi inediti e sorprendenti di un aspetto quotidiano, ormai familiare, come quello dell’utilizzo di tecnologie per l’ascolto di musica outdoor. Tutte le caratteristiche finora elencate sono comunque riconducibili all’obiettivo dell’osservazione stessa, vale a dire quello di fornire una thick description, una “descrizione densa” ( Geertz, 1973, in Federico Boni, Etnografia dei media, Roma – Bari, Editori Laterza, 2004, p. 6) della realtà studiata, capace di rendere conto non solo del contesto storico, culturale e sociale ma anche dei significati simbolici e della produzione di senso delle azioni osservate.

 

All’osservazione partecipante conto, poi, di affiancare una serie di interviste semistrutturate, in modo tale da ottenere dei dati relativamente più analitici e di accedere a informazioni che, molto probabilmente, trovano una loro materializzazione quotidiana senza essere accompagnati da una totale coscienza del soggetto. La scelta di questo strumento si basa, come suggerisce Rita Bichi, ( Rita Bichi, L’intervista biografica. Una proposta metodologica, Milano, Vita & Pensiero, 2002, p. 26) sulla sua capacità di posizionarsi in maniera intermedia sia nei confronti del continuum della direttività – non direttività (la possibilità del ricercatore di stabilire o meno in maniera statica i contenuti dell’intervista) che di quello relativo alla standardizzazione – non standardizzazione (la possibilità di proporre o meno le stesse domande, nello stesso ordine, a tutti i soggetti intervistati). L’obiettivo, quindi, è quello di approfondire quelle tematiche che nel corso dell’osservazione partecipante non si è riusciti a scalfire fino in fondo, creando un percorso d’indagine che l’ intervistato ha l’obbligo di affrontare, strutturati però in maniera tale da lasciargli la possibilità di integrare autonomamente il percorso d’interrogazione predefinito. Rispetto all’analisi dei dati, la mia ipotesi prevede la completa trascrizione delle interviste effettuate e l’utilizzo di un’analisi tematica, coadiuvata eventualmente dall’utilizzo di software di analisi testuale (Tal Tac, Maxqda, Lexico).

 

 

 

Riferimenti bibliografici

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A.A. V.V. La ricerca qualitativa, a cura di Ricolfi Luca, Roma, Carocci Editore, 2006


A.A. V.V. Ricerca Sociale. Dal progetto dell’indagine alla costruzione degli indici (vol. I), a cura di Cannavò Leonardo e Frudà Luigi, Roma, Carocci Editore, 2007


Berker et al., Domestication of Media and Technology, Berkshire (England), Open University Press


Emiliana De Blasio et al., La ricerca sull'audience, Milano, Hoepli, 2007


Federico Boni, Etnografia dei media, Roma – Bari, Editori Laterza, 2004

 

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