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Vittime di violenza e comunicazione non detta.

Dieci milioni di donne, fra i 14 e 59 anni, sono state molestate sessualmente, 500 mila gli stupri compiuti o tentati e 900 mila i ricatti sul luogo di lavoro. Questi i dati del rapporto illustrato a Montecitorio dalla direttrice generale dell´Istat, Linda Laura Sabbadini, alla Giornata parlamentare contro la violenza alle donne in vista della Giornata europea del 25 novembre.

Fare rete tra le associazioni che si occupano delle vittime di violenza, creare sinergie, attivare percorsi risolutivi con questo obiettivo l’associazione comunicazione pubblica ha organizzato lo scorso 9 novembre, nell’ambito del Compa, il convegno “Vittime di violenza: interpretazione di una comunicazione non detta”,

La capacità di interpretare la comunicazione silenziosa diventa l'elemento fondamentale per intervenire in soccorso delle vittime di violenza, di tutti coloro che non sanno, non possono, non vogliono comunicare le loro ferite se non attraverso le ferite del corpo e della psiche.

A coordinare l’incontro, Rosaria Caltabiano, dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico dell'Ausl 3 di Catania membro della delegazione siciliana e componente della Commissione Salute e Sanità dell’associazione, che ha posto un quesito specifico ai relatori intervenuti “perché in una società civile come la nostra c’è ancora tanta violenza e perché soprattutto rimane sommersa?”.

A cercare di dare una risposta a questi quesiti i relatori intervenuti a Bologna Giancarlo Costanza, neuropsichiatria dell’ ASL 3 di Catania e referente per il 'Progetto Oikia', Gabriella Paparazzo, responsabile della formazione di “Differenza Donna”, Francesco Montecchi, primario di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesu' di Roma, Angela Romanin, responsabile formazione, “Casa delle Donne per non subire violenza” di Bologna, Maria Elena Montenegro, psicologa di Consultorio dell’ASL di Bologna, Donata Bianchi, sociologa dell’associazione Artemisia di Firenze e Gloria Vannini, neuropsichiatra dell’Azienda Asl 10 di Firenze.

Più o meno tutte le vittime, sostiene la Caltabiano - anche quelle che non hanno la forza di denunciare, prima o poi arrivano davanti ad un medico di pronto soccorso talvolta accompagnate dai loro stessi persecutori o da sole negli ambulatori dei medici di famiglia e questo vale anche per gli extracomunitari i quali, grazie ai codici STP, nel nostro Paese hanno diritto alla guardia medica dedicata. La sensibilità professionale oltre che umana di queste figure sanitarie, può e deve essere in grado di capire e salvare la vita a soggetti privi di difese e di tutela, a chi non denuncia, a chi non si rivolge ad alcun luogo deputato alla difesa, a chi esprime il dolore, la sofferenza perpetrata solo attraverso un corpo o una psiche martoriati.

Purtroppo però spesso gli operatori ed i medici dei pronto soccorso fanno poche domande, cambiano turno ogni sei ore, non osservano il ripetersi della presenza delle vittime e le relazioni parentali;i medici di famiglia ugualmente si limitano ad una osservazione delle patologie descritte senza dare risposte che siano un sostanziale aiuto e non solo una cura momentanea delle ferite. A queste e altre domande hanno dato risposte gli intervenuti, puntualizzando da una parte le esigenze (le associazioni ) dall'altra le possibili soluzioni (le ASL).

“Il ruolo dei comunicatori in ambito sanitario come me - ha riferito la Caltabiano, è quello di sollecitare l'attenzione sull'argomento presso le ASL di appartenenza, avviando dei corsi di formazione ECM rivolti alle figure professionali di 'prima linea'. La formazione obbligatoria in sanità è norma, quindi si tratta di orientare rispetto alla preparazione verso i temi della violenza invece che altri, senza alcuna aggiuntiva risorsa economica o logistica”.

Il sostanziale risultato sarà avere a disposizione dei medici che non dovranno sostituirsi agli operatori di area psicologica o psichiatrica , ma che potranno consentire a chi è vittima di violenza, il diritto, non la fortuna, di trovarsi davanti un medico capace di intuire la violenza e di fornire alla vittima strumenti, luoghi, opportunità di aiuto. Gli addetti alla comunicazione determineranno le azioni possibili all'interno delle ASL e faranno rete sul territorio nazionale; occupandosi poi delle campagne informative interne ed esterne.

Ospite del convegno, Monica Donini, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna , che intervenendo ha sostenuto che la politica deve saper parlare alla sofferenza e non nascondersi, ma per fare ciò ha affermato la Donini, occorre superare il senso di pudore e di paura e mettersi in condizione di ascoltare: perché il punto di vista della vittima di violenza è fondamentale”

La Presidente ha inoltre sottolineato non solo il suo interesse personale al tema centrale del convegno ma che esso affronta problematiche che stanno a cuore all’Assemblea legislativa della sua Regione, sulle quali si sono già costruiti alcuni percorsi, come quello del 2005, nell’ambito del progetto “Adotta un popolo”, lanciato dagli organizzatori della Marcia per la Pace Perugia-Assisi, una tre giorni di confronto a Montesole tra i rappresentanti di diverse associazioni di vittime della violenza e terrorismo di tutto il mondo, nella prospettiva di una Conferenza mondiale insieme all’Onu nel 2007 a Bologna.


“Dobbiamo mettere in campo la nostra capacità di far comprendere che esiste una società ‘altra’ ,– riferisce la presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna - una società che sa fare prevenzione, ma che è anche efficace nell’accogliere e dar speranza alle vittime ed è in grado di garantire giustizia, prospettiva questa importantissima per affrontare il dolore e per dar voce alle tante voci roche ed infrante.”

Sconvolgenti i dati di una recente ricerca del Consiglio d’Europa, come riferisce il dottor Giancarlo Costanza, neuropsichiatria infantile e psicoterapeuta presso la “casa rifugio” del Progetto Oikia.

Prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra, ad uccidere le donne nel mondo, o a causarne l’invalidità permanente, è la violenza subita da parte dell’uomo. Partner, marito, fidanzato o padre che sia. Sono alcuni dei dati del Consiglio d’Europa evidenziati alla presentazione dell’Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere, che dà assistenza alle vittime di violenza in Italia.

Il 25% degli omicidi sono domestici, 7 vittime su 10 sono donne, 8 assassini su 10 sono uomini.

Secondo Costanza lo strumento legislativo è ancora molto debole per questo motivo progetti come quello della casa rifugio OIKIA presente nel territorio di Catania rivolto a donne e bambini vittime di violenza hanno un’importanza ancor più grande nella lotta alla violenza e nella capacità di essere d’aiuto nell’attività di accoglienza e di miglioramento significativo dei percorsi di vita delle vittime.

'La violenza familiare da parte del proprio compagno - spiega Gabriella Paparazzo, responsabile formazione dell’associazione Differenza donna - è in Europa e nel mondo la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni.

Basti pensare che in Russia, in un anno, sono morte 13.000 donne, il 75% delle quali (cioè 9.750) uccise dal marito, mentre il conflitto Urss-Afghanistan nell’arco di dieci anni ha mietuto 14.000 vittime'.

L’ONU ha definito la violenza di genere una violazione dei diritti umani, la violenza sessuata è spesso frutto di una strategia lucida che tende a stabilire domini e disuguaglianze, dove l’ambito privilegiato della violenza appare la famiglia.

I centri antiviolenza spesso vengono visti come luoghi grigi, bui e tetri. Non è così – afferma con forza la Paparazzo, questi centri sono prima di tutto luoghi di protezione e di ascolto, sono fonte di studio autorevole per la ricerca per debellare la violenza domestica, creano operatrici ed operatori formati e motivati, consulenti che accolgono oltre 1500 donne all’anno, e queste sono solo la punta di un iceberg. Per spingere le vittime a raccontare gli orrori di cui sono protagoniste occorre che tutta la società civile si impegni in un progetto culturale di cambiamento e di accoglienza di donne e bambini violentati.

E proprio di problematiche dei bambini abusati si occupa il professor Francesco Montecchi, neuropsichiatria infantile, professionista dello studio del disagio delle piccole vittime. “E’ un’illusione pensare che si possa estirpare il problema violenza ai minori così come si è fatto per la poliomielite, è decisamente più difficile curare le ferite che non si vedono, sostiene Montecchi che ha illustrato le varie patologie legate all’abuso all’infanzia. La lotta della neuropsichiatria è anche quella di far si che un bambino abusato non diventi, in futuro, un carnefice, è per evitare questa fine occorre intervenire a livello clinico con pediatri, psicologi e neuropsichiatri, con la protezione attraverso il tribunale dei minori ed i servizi sociali, a livello giudiziario attraverso un tribunale ordinario, e soprattutto si deve evitare che gli operatori ed i medici che entrano a contatto con le vittime non vedano la rilevanza dei dati emotivi solo perché in questo modo proteggono se stessi dalla sofferenza.

Il silenzio delle vittime è il silenzio della società, riferisce Angela Romanin responsabile della formazione della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, “è più facile voltare la faccia, far finta di nulla. Eppure – continua la Romanin – quando le vittime incontrano qualcuno disposto ad ascoltare: parlano; quando incontrano chi sa vedere: mostrano; quando incontrano chi sa nominare con il giusto nome le ferite loro inflitte; riferiscono finalmente quel che era rimosso, dimenticato, sepolto”.

Appare dunque evidente che non c’è cura, non c’è riparazione se prima non c’è stata rivelazione delle violenze, rivelazione del pericolo e successiva messa in protezione.

Non è sterile tornare sui dati, serve a dare conto della portata del fenomeno: in Italia due donne alla settimana vengono uccise dal partner, dall’ex partner o da un pretendente, e quando non vengono uccise queste donne diventano vittime brutalizzate che difficilmente riescono a rivolgersi ai consultori ed ai centri specialistici e ad arrivare in strutture come quella dove lavora Maria Elena Montenegro e Gloria Vannini, rispettivamente psicologa del consultorio dell’ASL di Bologna e neuropsichiatra dell’Azienda Asl 10 di Firenze. Entrambe hanno raccontato le loro esperienze, le tipologie di casi di donne violentate e bambini abusati che incontrano durante il loro lavoro. Paura, vergogna, senso di colpa, impotenza, immagine del se e del mondo compromessa, sono solo una parte dei sentimenti che emergono dalle vittime, ci raccontano le due professioniste.

Decisamente meglio intervenire sulla prevenzione – sostiene Donata Bianchi - sociologa dell’associazione Artemisia di Firenze, non solo per l’aspetto umano ed emotivo ma anche per il fattore economico. Gli Enti locali restano la fonte primaria di finanziamento economico di centri antiviolenza e dei servizi del terzo settore, e non è un segreto che le risorse siano costantemente in riduzione, occorre dunque puntare sulla formazione e sulla riduzione del fenomeno violenza prima che esso diventi, un problema sociale irrisolvibile.

A poche settimane dal convegno, l'attività è a pieno ritmo. Una parte del gruppo dei relatori si è reso disponibile a proseguire l'attività di divulgazione itinerante di questo progetto per tutto il territorio nazionale. Lo staff che si costituirà, potrà occuparsi anche della formazione specifica presso le ASL che vorranno destinare corsi sui temi della violenza. L'azione delle energie e delle competenze dei comunicatori ha permesso l’organizzazione di appuntamenti di prossima realizzazione. Rosaria Caltabiano, componente della Commissione Salute e Sanità di Comunicazione Pubblica, ha avviato dopo Compa, una serie di 'univocità d'intenti' con diversi colleghi comunicatori e i progetti immediati prevedono degli incontri regionali, il primo dei quali potrà tenersi in Sicilia presso la ASL di Enna, grazie alla collaborazione dell'URP e alla percettibilità del direttore generale di quella ASL .

La stessa esperienza è in cantiere per essere realizzata in Emilia, dove la disponibilità a collaborare con 'luoghi, strumenti e risorse' della presidente Donini è stata superba.

In coincidenza si lavora già per un appuntamento a Roma, proprio presso il Bambin Gesu', luogo di attività continua grazie al professor Montecchi e al suo staff.



Marina Mancini

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